domenica, 4 Dicembre 2022

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Formenton, patriota vicentino ma anche ingegnere del Comune anti sprechi negli appalti

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Promosse nuove regole e procedimenti per vincolare le ditte a un lavoro al servizio del bene pubblico e privo di sperperi

Francesco Formenton, patriota e ingegnere

Francesco dott. Formenton, architetto e ingegnere: così amava firmarsi. E così era noto a Vicenza, città che amava profondamente e che, oltre a dargli i natali il 25 giugno 1799, gli infuse solidi sentimenti civili e politici.

“Io nacqui a Vicenza – racconterà – mio padre sin dai primi anni ch’ebbi discernimento dissemi che questa è una Città Italiana, ma che tutti coloro che nascono nel suolo italiano devonsi chiamare Italiani, accennando con vigorose parole che in questa maniera avvezzeremo tutti gli uomini di questa terra ad un solo nome, ad un desiderio, ad una volontà, ad una grand’opera”.

Personaggio dallo schietto senso civico, non privo di quella giusta ironia sarcasmo che lo rendeva spontaneamente simpatico, Francesco Formenton produsse nel corso della sua vita una serie ponderosa di scritti prevalentemente di carattere storico-artistico (“Memorie storiche della città di Vicenza”, è sicuramente la più celebre), molti dei quali lasciò poi in eredità ai suoi concittadini attraverso la biblioteca.

All’interno dei suoi manoscritti, contraddistinti da uno stile di scrittura estemporaneo, non è infrequente trovare repentine riflessioni, frutto, forse, di un improcrastinabile bisogno di sfogo: “Alle volte mi prende l’animo una viva tristezza; ma poi qualche pensiero pietoso rasserena il mio cuore: allora io sorgo, come da un grande peso sollevato, e grido “Amo Iddio: amo la patria mia: altra guida non voglio”. Mi si rinforza la mente, e ritorno a qualche faccenda.

Fra queste faccende, c’era anche quella di sovrintendere alla manutenzione delle strade urbane e periferiche, lavoro affidatogli in vari momenti dalla municipalità vicentina che svolse sempre con metodo, idee nuove ed entusiasmo, facendosi per ciò apprezzare anche al di fuori dei confini cittadini. In tal senso promosse nuove regole e nuovi procedimenti per vincolare le ditte appaltatrici a un lavoro completamente al servizio del bene pubblico e privo di inutili sprechi.

Riversò poi la sua esperienza in alcuni opuscoli a stampa nei quali – come rivendicava in una lettera al conte Francesco Trissino – “ho sul vivo pizzicato le pubbliche amministrazioni, gl’ingegneri, gl’imprenditori, ecc., e mi consolo che nessuno ha potuto rivoltarsi contro le forti verità che io dissi”.

Quando giunse la calda primavera del ‘48 anche Formenton, che mai esitò a manifestare le sue idee liberali, si accese di speranzoso entusiasmo: in quei mesi pubblicò un libriccino divulgativo dal titolo “Catechismo politico al popolo”, suo contributo intellettuale alla causa risorgimentale assieme ad una serie di manifesti patriottici cui non mancò coraggiosamente di apporre il proprio nome in calce.

In seguito alla ineluttabile capitolazione dei crociati vicentini, Formenton optò per un volontario e amaro esilio: “Il giorno 10 giugno 1848 è nefasto. Gli austriaci riebbero, sebbene a caro prezzo, Vicenza. Come tant’altri vicentini, io non volli rimanere dove i croati festeggiavano la vittoria avuta col numero dei cannoni e delle truppe. Siamo usciti di Porta Monte; era il dì 11”.

Da quel momento e fino al 24 agosto del 1849, iniziò un pellegrinaggio per l’Italia che lo porterà fino a Roma: di tale peregrinazione lascerà traccia in una sorta di diario cronachistico farcito di dettagliate descrizioni storico-artistiche, di figurine e cartoline incollate sulle pagine, di appunti, ma anche di lapidarie sentenze: “È meglio essere danneggiati, che danneggiare altrui: nel primo caso si prova un dolore che cessa: nel secondo succede il rimorso che mai cessa e cresce”. Così annotava, ad esempio, quasi alla fine del suo viaggio, trovando il proprio borsello alleggerito di 140 franchi e aver sconsolatamente constatato di essere stato derubato per la seconda volta!

Rientrato nella sua Vicenza, finalmente poteva sigillare nell’inchiostro la sua esperienza di turista forzato: “Eccomi ritornato al mio studio: eccomi davanti ai ritratti di Archimede, Galileo, Copernico, Newton, Socrate, Demostene, Euripide, Macchiavelli! Noi sopporteremo ancora l’oppressione: ma Viva l’Italia!”

Si spegnerà nella sua città natale il 4 dicembre 1874 ricordato dai concittadini – primo fra tutti lo stesso Antonio Fogazzaro – quale uomo onesto che ebbe il culto di due grandi cose: della patria e dell’arte.

Oreste Palmiero

 

 

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