mercoledì, 17 Aprile 2024
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La nuova “classe media”. Mentre il Comune cerca soluzioni per i più “poveri”, altri restano in difficoltà

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“Social housing? Elemosina per pochi” I redditi medi non coprono le spese, la nota diffusa dalla CGIL di Venezia

La Cgil di Venezia in prima fila sul tema della casa soprattutto a Venezia dove le condizioni sono certamente anche più complesse che altrove.
“Il Comune di Venezia – si legge nella nota diffusa – chiama social housing un’elemosina per poche famiglie che altrimenti dovrebbero scegliere se mangiare o avere un tetto sulla testa. Un Isee compreso tra i 6.000 e i 25.000 punti non rappresenta certo quello che si vuole intendere come “ceto medio”.
Al fatto che più di mille persone abbiano partecipato al bando di “social housing” non opponiamo alcuna sorpresa. Ci sorprende piuttosto l’assenza di una comprensione della situazione economica reale del nostro territorio, e della difficoltà nell’accesso ad un appartamento in locazione per un nucleo familiare.
Secondo l’ultimo aggiornamento Idealista, il centro storico di Venezia risulta essere il secondo capoluogo di regione più caro in Italia, dopo Milano. A gennaio 2024 il prezzo medio è di 18,1€ al metro quadro a Venezia, Murano e Burano.
Proponiamo alcune simulazioni Isee, calcolate in assenza di dati sulla situazione patrimoniale, dunque al ribasso, che evidenziano la corrispondenza tra tipologia di lavoro, Isee e incidenza del canone di locazione sul reddito complessivo del nucleo.
L’indagine condotta da Ocio su 780 questionari ha evidenziato che affitto e mutuo rappresentano una spesa accettabile solo per il 25% dei veneziani. Il 50% degli intervistati spende più del 30% del reddito per la casa, il 29% dei veneziani ne spende più del 40%. Dati che assumono una particolare rilevanza se rapportati a quello nazionale, nel quale a spendere più del 40% in costi per l’abitazione è l’8,2% della popolazione. Indicatori così elevati di peso dei costi per l’abitazione sul reddito complessivo, costruiscono una posizione di precarietà abitativa che sfavorisce gli affitti residenziali. Spendere quote così alte del reddito per avere un tetto sulla testa, mette nelle condizioni di non sapere se e fino a quando si riuscirà a pagare.
I casi rappresentati nelle simulazioni, stanno al limite dei requisiti minimi per partecipare al bando di social housing, con un Isee calcolato sull’ipotesi che siano del tutto privi di beni mobili o immobili. Aggiungendo qualche risparmio, le simulazioni 3 e 4 risulterebbero addirittura escluse dai requisiti minimi del bando.
I redditi delle famiglie che hanno partecipato a questi bandi dovrebbero determinare il diritto ad avere una casa di edilizia residenziale pubblica a canoni ben più contenuti di quelli previsti per il cosiddetto social housing del Comune di Venezia. Lo strumento del social housing, per rispondere alla necessità di abitare nel nostro territorio, dovrebbe trovare impiego nell’agevolare la residenzialità di una fascia di popolazione ben più estesa rispetto ai criteri stabiliti da Comune e Regione, almeno fino a 50.000 punti Isee.
Riteniamo che senza un intervento di questo tipo, sia concreto il rischio che queste famiglie, siano costrette a comprimere le spese per bisogni primari, il riscaldamento, i bisogni dei figli. Non parliamo del 90% dei partecipanti al bando, che seppur lavoratrici e lavoratori, in assenza di un’assegnazione sono destinati ad andarsene, o a fare la fame, o entrambe le cose.
Chiamare social housing interventi di edilizia residenziale che dovrebbero invece essere considerati di edilizia residenziale pubblica ha il semplice effetto di escludere quella fascia di popolazione che andrebbe aiutata e che invece rimarrà in balia del mercato drogato degli immobili senza rispondere nemmeno ad un diritto fondamentale come quello di avere una casa dignitosa per moltissime famiglie.
Possiamo chiamare “classe media” i nuclei familiari che rientrano negli esempi? Dai dati sui redditi delle lavoratrici e dei lavoratori in provincia di Venezia, sono decine di migliaia le persone i cui redditi arrivano a malapena ai 10.000 euro lordi all’anno, forse sarebbe meglio chiamarli lavoratori poveri. Se poi si considera che in queste fasce Isee rientrano molti lavoratori che hanno stipendi al di sotto dei 9 euro l’ora, se consideriamo che rientra in quel punteggio Isee anche l’esercito dei part time involontari dei servizi, sembra ancora più assurdo ritenere che si tratti di “classe media”.