domenica, 14 Aprile 2024
HomePadovanoPadovaPadova invecchia. 50mila lavoratori in meno entro il 2027

Padova invecchia. 50mila lavoratori in meno entro il 2027

Tempo di lettura: 4 minuti circa

A Padova la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) conta 594.889 persone, pari al 63,9% del totale. Considerando la tendenza generale, in meno di vent’anni scenderà di circa 99.300 unità.

Una popolazione sempre più vecchia. Con ovvie conseguenze anche sul mercato del lavoro. L’invecchiamento è un fenomeno strutturale comune a tutti i 27 paesi dell’Unione europea, con effetti sia sui sistemi previdenziali e l’offerta di servizi sociali, sia sul mercato del lavoro e il capitale umano. In Italia, l’età mediana della popolazione – attualmente 48,3 anni – è la più elevata tra i paesi UE e si prevede salirà fino a 51,6 anni nel 2050.

“Il progressivo invecchiamento delle forze lavoro ha assunto un ruolo centrale nell’agenda politica di molti paesi, inclusa l’Italia. Questo fenomeno solleva preoccupazioni significative tra le pmi poiché minaccia la sostenibilità a lungo termine dello stesso sistema Paese”, rileva il presidente di Confapi Padova Carlo Valerio. “Nell’ambito del mercato del lavoro, l’avanzamento tecnologico pone sfide non più eludibili, con lavoratori più anziani a rischio di obsolescenza delle competenze e una carenza di nuove risorse umane per soddisfare le esigenze future di manodopera e innovazione”.

Il know how

“Altro aspetto riguarda al contrario la capacità di preservare il know how dei lavoratori senior, inteso come patrimonio del “Made in Italy”, che rischia di venire disperso in mancanza di un dialogo intergenerazionale. Teniamo presente che, avendo sempre meno giovani e sempre più pensionati, si potrà avere un’inversione di tendenza in tempi medio-lunghi solo allargando la base occupazionale. Nessuno, lo sappiamo, ha la bacchetta magica. Ma ci sono direzioni lungo le quali è necessario muoversi, a tutti i livelli. Una passa dagli investimenti in formazione e dalla necessità di innalzare il livello di istruzione della forza lavoro, che in Italia è ancora tra i più bassi di tutta l’UE”.

“Fondamentale è poi incentivare ulteriormente l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, visto che, anche a questo riguardo, l’Italia è ultima in Europa per il tasso di occupazione femminile. Senza dimenticare le politiche che incentivino la crescita demografica e allunghino la vita lavorativa delle persone. Non meno importante un tema che già abbiamo avuto modo di toccare, vale a dire quello dell’accoglienza diffusa, che coinvolga le comunità locali nel processo di integrazione degli immigrati, favorendo una migliore interazione tra le diverse culture presenti sul territorio: è importante affrontare il tema dell’immigrazione non solo dal punto di vista numerico, ma considerando la questione della selezione e delle competenze”, conclude Valerio. “È chiaro che la questione dell’invecchiamento demografico è complessa. È altrettanto chiaro che è ormai ineludibile e che, se non invertiremo la rotta rapidamente, l’intero sistema rischia il collasso”.

I dati

Secondo i dati più recenti sugli scenari demografici prodotti dall’Istat, tra il 2021 (anno base) e il 2050 si stima una riduzione della popolazione residente nel Paese pari a quasi 5 milioni (da 59 a poco più di 54 nello scenario mediano), nonostante l’ipotesi di saldi migratori positivi. Una parte rilevante del cambiamento di lungo periodo nella struttura demografica, avviato da tempo, si realizzerebbe già tra il 2021 e il 2041: in questo ventennio, i residenti nella fascia di età fino ai 24 anni si ridurrebbero del 18,5%, perdendo circa 2,5 milioni e la popolazione adulta tra i 25 e i 64 anni scenderebbe di 5,3 milioni (-16,7%). Crescerebbe invece di quasi un milione di unità la popolazione tra i 65 e 69 anni (+27,8%).

Quest’ultima fascia di età, per l’effetto dello spostamento in avanti dell’età attiva e di pensionamento previste dall’attuale quadro normativo, sarà sempre più presente nel mercato del lavoro, con conseguenze dirette sull’impiego di capitale umano e la disponibilità di competenze, specie di tipo digitale. A Padova, nello specifico, oggi la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) conta 594.889 persone, pari al 63,9% della popolazione.

Considerando la tendenza generale, Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, stima che nel 2041 scenderà di circa 99.300 unità assestandosi sulle 495.500, mentre le persone tra i 65 e i 69 anni, che oggi sono il 6% della popolazione della provincia (56.120) saliranno a 71.120. Considerando il tasso di occupazione attuale nel territorio (al 71,9% secondo i dati Istat) è possibile stimare che saranno circa 48.500 le figure che andranno rimpiazzate nel mercato del lavoro entro il 2027.

Pensioni

Un Paese che registra una popolazione sempre più anziana potrebbe avere nei prossimi decenni seri problemi a far quadrare i conti pubblici a causa dell’aumento della spesa pensionistica. Anche in questo caso occorre partire dai numeri e confrontare quello degli occupati, che in Italia ammontano a 23.099.000, a quello delle pensioni erogate, oggi pari a 22.772.000. In sostanza siamo vicini al rapporto di uno a uno, già superato in diverse aree dello Stivale. E, per quanto quella di Padova, a riguardo, sia una realtà virtuosa (nel 2022, ultimo anno radiografato, il saldo tra lavoratori occupati e pensionati qui è ancora positivo, con 413 mila occupati e 339 mila pensionati) è evidente che il “problema” riguarda tutti.

A questo si aggiungono i dati relativi alla cronica difficoltà nel trovare manodopera, pressoché a tutti i livelli, sia per ruoli ad alta professionalizzazione, sia per mansioni più generiche. Padova, in questo senso, non si discosta dal quadro generale veneto, di piena occupazione, con il 57,6% delle aziende del territorio che segnala difficoltà nel reperire le figure professionali di cui ha bisogno, col missmatching tra domanda e offerta di lavoro che ormai è diventato un elemento strutturale in tutte le regioni competitive.

Altro aspetto della questione è quello relativo ai vertici aziendali e al passaggio generazionale: in Veneto si stima che tre imprese su quattro siano a controllo familiare e, di queste, solo una su dieci è gestita da leader under 50. Anche a questo riguardo il passaggio generazionale è una priorità, ma pochi ancora pensano al “dopo”.

Infine la questione “genere”. Più fattori concorrono a spiegare il costante aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e la permanenza anche dopo la maternità: i cambiamenti culturali, l’aumento del livello di istruzione, il processo di terziarizzazione dell’economia, e negli ultimi anni anche l’innalzamento dell’età pensionabile, sia pure con diverse formule di attenuazione. Il divario tra il tasso di attività maschile e femminile si è ridotto in tutte le classi d’età. E tuttavia resta ampio. A prescindere dall’ampio ventaglio di aspetti da considerare relativi al gender gap, in questa sede preme soffermarsi sul tasso di occupazione: a Padova le donne occupate sono il 14,2% in meno rispetto agli uomini (78,9% contro 64,7%).