sabato, 18 Maggio 2024
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La transizione green ingoia risorse e genera opportunità: ma qui si rischia di diventare verdi di bile

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Se l’Europa non destinerà adeguati investimenti, finirà per essere preda di tecnologie sviluppare altrove

L’impatto potenzialmente positivo della cosiddetta transizione ecologica non è in discussione. I costi del cambiamento climatico (in termini di adattamento e mitigazione dei suoi effetti) crescono rapidamente e la transizione verde potrebbe diventare anche un ottimo affare grazie alla leva positiva determinata dalle nuove tecnologie.

Tuttavia ciò che non funziona nella narrazione verde è l’idea di una transizione felice. Ogni cambiamento strutturale a livello economico è una sorta di distruzione creativa: cioè interi settori economici spariscono (o vengono drasticamente ridimensionati) ed altri invece aumentano il loro giro d’affari.

Ergo, una trasformazione strutturale porta con sé sempre una ridistribuzione delle risorse. Si avranno, in parole povere, vincitori e perdenti. Gente (Paesi, imprese, settori economici) che si impoverirà e gente che guadagnerà di più.

Questo concetto – mai troppo evidenziato nelle discussioni sul merito – comporta la necessità di adottare, da parte degli stati, politiche economiche che garantiscano un’equa ripartizione sia dei costi sia dei benefici. Si tratta, in buona sostanza, di rendere socialmente sostenibile il cambiamento strutturale.

Se l’Europa è all’avanguardia nella regolamentazione relativa alle emissioni inquinanti (-24% di emissioni ottenuto tra il 1990 e il 2020), una politica europea di sostegno economico alla transizione non è mai stata avviata.

Gli economisti quantificano in due punti percentuali di PIL le risorse necessarie agli investimenti pubblici riequilibrativi legati alla transizione ecologica. Questa ulteriore necessità finanziaria non è oggi compatibile con il Patto di Stabilità, nemmeno con quello appena revisionato. L’Europa appare sorda alla necessità di mettere in campo le risorse necessarie alla sostenibilità sociale delle scelte adottate. Il che, in prospettiva, fa pensare malissimo.

Green Deal, Fit for 55, RePower EU restano iniziative sostenute più da efficientamenti della spesa europea esistente che da investimenti veri e propri.

Giuseppe de Concini, consulente d’impresa con esperienza trentennale

Ora, se guardiamo oltre oceano, l’amministrazione Biden per sostenere lo sforzo di reindustrializzazione verde ha messo sul piatto 780 milioni di Dollari (750 milioni di euro) di investimenti pubblici. L’Europa pochi milioni. La differenza tra le due economie, quella USA e quella europea, rischia di diventare abissale facendo impoverire (e incazzare) gli europei messi nell’impossibilità di sfruttare l’attesa maggiore crescita.

La decarbonizzazione in assenza di adeguati investimenti creerà, per l’Europa, un ulteriore rischio: quello di diventare utilizzatori di tecnologie sviluppate altrove e importate a prezzi elevati, facendo sì che la svolta verde sia per noi, in definitiva, solo un costo.

La transizione ecologica, dunque, non è frugale, ma ingoia risorse. Tali risorse dovrebbero evitare che le persone diventino sì verdi, ma di bile. Il problema non appare chiaro neppure ai fondamentalisti green.

Giuseppe de Concini