sabato, 25 Maggio 2024
HomeVicentinoVicenzaMatteo Cibic: "L'intelligenza artificiale rischia di far perdere all'uomo la memoria e...

Matteo Cibic: “L’intelligenza artificiale rischia di far perdere all’uomo la memoria e il pensiero. Dovremo trovare una strada per differenziarci dall’AI”

Tempo di lettura: 5 minuti circa

Cibic: “Sono affascinato da Giulio Verne che ha preso i sogni i Leonardo e li condivisi con il mondo”

Un’immagine di Matteo Cibici, designer e molto di più

Impossibile ingabbiarlo in una definizione. Artista è ovvio, designer va da sé, ma i suoi ragionamenti sono anche quelli di un filosofo, di un antropologo, di un viaggiatore e di un futurologo. Matteo Cibic ha 40 anni e una fama internazionale: lavora con aziende di tutto il mondo e ha esposto dalla Biennale di Venezia come al Beaubourg di Parigi. È sposato ed è padre di due figli. È una persona misurata e profonda, non si dà arie. Nel 2017 è stato premiato come International Young Talent of the Year da Elle Decor. Le sue creazioni hanno spesso forme antropomorfe e sono innervate da una sottile ma decisa ironia. Del resto, basta conoscerlo per capire quanto la sua arte sia sempre giocosa. Racconta che da piccolo voleva diventare papa ma poi ha seguito altre strade. E quando, già adolescente, ha scoperto che vicino allo studio dello zio Aldo a Milano, che frequentava, c’era un’agenzia di modelle, s’è reso conto definitivamente che la sua strada era diversa dal pontificato.

Matteo è figlio di Claudio ed Elena Rigoli ed è nipote di Aldo Cibic, designer di vaglia e professore all’università di Shanghai. È persona di intelligenza vivida, dalle sinapsi ben sviluppate che collegano pensieri in modo inaspettato. E siccome Federico Faggin spiega sempre che gli uomini fanno collegamenti mentre i computer soltanto correlazioni, possiamo indicare Matteo come un campione del genere sapiens. E siccome Silvio Ceccato sosteneva che il genio fa quello che può e il talento quello che vuole, Matteo è indubbiamente una persona di talento.

 Che cos’è la creatività?

Per me un lavoro. Devo produrre creatività ogni minuto. È un piacere, ma quasi un obbligo.

D’accordo, ma ne avrà una sua definizione…

Rendere gioiosi e divertenti oggetti che sono inutilmente noiosi. Insomma, si cerca di sfruttare delle energie in modo diverso.

Piero Angela sosteneva che la creatività è la curiosità senza conformismo, farsi domande restando aperti a tutte le possibilità

Ha ragione.

È creativa anche l’Intelligenza artificiale?

Bisogna intendersi. L’AI è la combinazione di soluzioni già esistenti. Niente di nuovo sotto il sole: anche gli asiatici ragionano così. Per loro il concetto di copia non esiste. Magari un oggetto lo perfezioni anche solo del 5%, perché è più economico, quindi diventa nuovo.

Che rapporto c’è tra creatività e memoria, tra nuovo e vecchio?

La verità è che siamo tutti omologati, non esistono più gli oggetti della memoria. Gli oggetti devono raccontare delle storie, quelle che non abbiamo più perché la foto della nonna incorniciata oggi  non esiste più. Stiamo perdendo sinapsi, perché l’unica memoria oggi è il telefonino.

Lei ha paura dell’intelligenza artificiale?

No. Ho paura dell’uomo che con l’AI si ammoscerà e perderà capacità mnemoniche e di pensiero. Sapete quando uno dice: ho la testa che scoppia… Ecco, succederà così. Vede, l’uomo ha sempre adattato la sua mente alla tecnologia. Ma oggi che abbiamo demandato la memoria ad altre tecnologie, rischiamo di non saper più ricordare e rielaborare. O meglio, siamo capaci di farlo ma abbiamo bisogno di molte fonti esterne. Una volta non era così.

Perché lei sostiene che rischiamo di perdere capacità di linguaggio e di pensiero?

Perché l’intelligenza artificiale elude la capacità di pensare con la propria testa. E lei ha maggiore capacità in tutti i nostri linguaggi. Il vero problema è come l’uomo riuscirà a differenzarsi.

La sfida è persa in partenza?

(Fa una pausa e sorride). È uno strumento molto potente, una sorta di divinità perché risponde a tutti gli assiomi della divinità e funziona.

La creatività è per forza eccentricità?

Naturalmente no. A me piacciono i ritratti che faccio perché vivendo qui, in un ambiente bigotto, mi piace rompere gli schemi. In realtà la poesia è molto più d’impatto e creativa.

Cosa non le piace di Vicenza?

A me piace. Credo ci debba essere un maggiore coinvolgimento e quindi una maggiore responsabilità pubblica degli imprenditori.

Vale a dire?

Se lei arriva da ovest a Vicenza c’è un gruppo di aziende, diciamo una decina, che messe assieme hanno un fatturato globale come il Pil di uno Stato africano. E allora mettiamole assieme e sproniamole a cambiare l’ingresso a ovest della città. Che facciano quello che vogliono: chiamino l’archistar, il guru, il progettista… Poi li ricompenseremo in qualche modo, gli scaliamo le tasse, vedremo. Ma devono essere gli imprenditori privati a muoversi, non il Comune.

Come saremo fra cento anni?

Anche tra dieci o cinque, visto il ritmo del cambiamento. Stefano Mancuso dice che una specie dura cinque milioni di anni. Noi sapiens siamo sulla Terra da 300mila anni. Ci restano quindi 4 milioni e 700 mila anni per restare nel range. Se ci estingueremo prima, dimostreremo solo di essere la specie più fessa e inutile dell’evoluzione.

Un modello per la sua attività: artista, scrittore o scienziato?

Marsilio Ficino, filosofo del Quattrocento. È stato, per così dire, il primo pubblicitario a portare l’erotismo nelle opere d’arte, cioè a sensualizzare i dipinti per spiegare le virtù umane.

Qual è l’arte che l’affascina di più: pittura, scultura, musica, letteratura…

La scultura. Mi piace l’inglese Richard Deacon e l’artista danese islandese Olafur Elliason, quello che vent’anni fa espose il sole sul soffitto della Tate Modern, come l’editorialista Thomas Friedman, che ha vinto tre volte il Pulitzer. Seguo il filosofo Slavoj Zizek, che trovo affascinante per il suo approccio. Lui è capace di trovare l’antitesi dell’antitesi.

Se fosse vissuto nel passato chi sarebbe stato?

Un giullare di corte. Rischiava meno la pelle e si divertiva parecchio. E mangiava.

Meglio il presento o il passato?

Non rimpiango il passato. Non tornerei indietro, viste le sofferenze e scomodità. Noi abbiamo gli antibiotici e un ascensore medico che ci porta sempre più in alto, fino al punto di essere incapaci di concepire la morte. Quando arriverà sarà del tutto inaspettata.

Un pregio e un difetto dei suoi concittadini.

Io. Cioè, se io non sono un buon cittadino non mi dedicherò abbastanza a creare la comunità, non solo a Vicenza ma nel mondo. Quindi dobbiamo avere più conspevolezza sociale. La tecnologia evita le mediazioni, invece bisogna sporcarsi le mani.

Lei gira molto: com’è Vicenza vista da fuori?

Ormai è una catalogazione superata. Intendo dire: tu puoi vivere on line e off line. Puoi vivere qui e sentirti in un altro mondo. Tu sei “on” quando sei on line. Quando apri il tuo Instagram cosa vedi? Ecco, tu sei lì.

Lei usa molto i social?

Quattro minuti al giorno.

E allora perché parla di “on line” e “off line” come dimensioni della vita? Finirà che andremo in giro con i visori per essere proiettati in un altro mondo parallelo e irreale?

Sarebbe una tragedia. L’on line è la dimensione che viviamo nella comunicazione, ma la vita è ben altro. Ed è questa diversità che dobbiamo realizzare. Se l’Indonesia ha lo stesso squallido bar uguale al mio, cosa mi cambia?

Omologazione consumistica, appiattimento dei gusti, eliminazione delle diversità. Pasolini ci metteva in guardia da questi rischi cinquant’anni fa.

Viviamo l’era dell’efficienza che è anche quella dell’economia dell’attenzione che porta a litigare in televisione e non a discutere. Io sono affascinato da Giulio Verne che ha preso i sogni di Leonardo, l’elicottero e il sottomarino e li ha condivisi con il mondo.

Verne è vissuto due secoli fa.

Sì, ma ci ha fornito una lezione importante: qualsiasi cosa un uomo riesca a sognare, qualcun altro la realizzerà. Oggi non ci sono sogni: il mondo intellettuale e artistico ha la responsabilità di creare sogni. Finché i media propongono distopie, il futuro sarà così, distopico.

Antonio Di Lorenzo