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04.03.2026 - 20:28
conferenza stampa del Tavolo no inceneritore, Trento
L’inceneritore è una scelta vecchia, obsoleta, che comporterebbe maggiori costi e tariffe più alte di oggi, impatti ambientali da evitare e il mancato recupero di una parte riutilizzabile di materia. Serve invece recuperare quanta più materia possibile (come si fa in altre parti del paese), sfruttando le migliori tecniche note in Italia, ricorrendo alla migliore innovazione, ed evitare i costi e gli impatti dell’inceneritore.
Lo hanno spiegato in conferenza stampa a Trento le 18 associazioni ambientaliste riunite nel tavolo No Inceneritore.
Secondo il Tavolo la scelta del grande impianto sarebbe stata praticamente imposta all’Egato (il consorzio sui rifiuti dei comuni trentini) da parte della Provincia, che non avrebbe in alcun modo negli anni perseguito la strada di innovazioni di sistema e avrebbe costruito un piano deliberato per trascinare le scelte e la situazione verso l’incenerimento.
Tra l’altro le associazioni rilevano che da quando è stato costituito l’Egato la quantità di rifiuti prodotti sarebbe cresciuta di + 9mila tonnellate/anno (dal 2025). Il Tavolo sottolinea che secondo l’analisi delle associazioni in Trentino si potrebbe recuperare ancora circa il 17,2% del rifiuto indifferenziato (circa 8.149 tonnellate/anno), arrivando all’85,4% di differenziata, riducendo il materiale da trattare a fine ciclo. In particolare i contrari sostengono che si debba andare a recuperare i tessili che per la direttiva 2025/1892 devono adesso essere raccolti in modo differenziato. Citano l’esempio di RetiAmbiente e di Capannori, e le relative buone pratiche. Anche i sanitari possono essere recuperati dicono (si tratta di 11.695 tonnellate/anno). Seguono altri esempi (come sugli ingombranti)
Pietro Zanotti, dell’associazione Ledro Inselberg, portavoce del Tavolo, ha illustrato molti dati per avvalorare le tesi portate.
Le associazioni insistono che sia possibile e fattibile, come succede in altri territori italiani, usare il trattamento meccanico biologico – contro il quale dicono, la provincia avrebbe un tabù inspiegabile - e spiegano che se si trattassero tutte le 47.379 tonnellate/anno di indifferenziata che restano a valle della raccolta differenziata, si avrebbe un prodotto biostabilizzato inodore e non più fermentescibile di 18.287 tonnellate/a, da usare come coperture. Invece, nella loro simulazione, con l’inceneritore avremmo 21.000 tonnellate/anno di ceneri speciali e 4600 tonnellate/anno di ceneri pericolose, per un totale di oltre 25 mila tonnellate/anno da conferire in discarica, con impatti ambientali ritenuti molto più importanti da gestire e relativi costi.
Rispetto alle emissioni - che la Provincia avrebbe nella sua analisi dimensionato molto al di sotto di quelle prodotte da altre fonti come l’autostrada o il riscaldamento civile - le associazioni sottolineano che sarebbero comunque emissioni in più (secondo la stima circa pari a 22mila caldaie in più) e oltretutto causate da una fonte puntuale, non diffusa.
La stima economica col trattamento meccanico biologico secondo le associazioni porterebbe ad un costo inferiore alle 126 euro/tonnellata, che dicono sarebbe “ben lontano dai 155 euro/tonnellata previsti dalla Provincia con l’inceneritore”. Peraltro mettono in dubbio lo stesso calcolo proposto dalla Provincia sui costi a cui si arriverebbe (secondo loro non 155 euro/tonnellata ma 174.20).
Sul fronte dei costi per costruire l’impianto, che costerebbe circa 200 milioni di euro, sottolineano le associazioni che la Bei, la Banca Europea degli Investimenti, non finanzierebbe gli inceneritori, in quanto non in linea con i principi DNSH “Do No Significant Harm”.
L’esempio positivo citato è il recente Piano industriale di Retiambiente Spa che ha investito 23 milioni di euro per ridurre da 36.500 t/a in entrata a sole 5.150 da smaltire. Ha lavorato con le seguenti azioni: rafforzare il porta a porta; introdurre processi industriali innovativi per il recupero di materia da rifiuti indifferenziati; sviluppare servizi e tecniche per intercettare crescenti flussi da lavorare e reimpiegare; dotarsi di impianti industriai alternativi per il recupero di materia. Le associazioni sottolineano anche che dei 450 milioni messi a disposizione dei territori dal PNRR per realizzare progetti innovativi, la Provincia di Trento non ha beneficiato, non avendo partecipato al bando.
Tra le associazioni aderenti Italia Nostra, Legambiente, Slow Food, WWF; LAC, Lipu, Ledro Inselberg, Mountain Wilderness, Pan Eppaa, SOSteniamo Pergine, e altri gruppi.
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