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26.03.2026 - 05:51
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Nel Polesine, gran parte del territorio sotto il livello del mare rischia allagamenti e danni a case, strade e campi. Senza i fondi statali, i consorzi devono farsi carico di costi altissimi, con ripercussioni sui bilanci e sulle tasche dei cittadini.
Un territorio che vive sotto il livello del mare, sorretto giorno e notte dal lavoro silenzioso delle idrovore. È questa la realtà del comprensorio del Consorzio di Bonifica Adige Po, che si estende su gran parte della provincia di Rovigo, nel cuore del Polesine, comprendendo i bacini tra i fiumi Adige e Po e una fitta rete di canali che attraversa città e campagne, dalle aree urbane ai terreni agricoli del Delta.
Un’area mediamente soggiacente di circa due metri rispetto al livello del mare e interamente dipendente dal funzionamento continuo degli impianti idrovori per lo scolo delle acque e dagli impianti di derivazione per l’irrigazione e l’approvvigionamento idrico. Una condizione strutturale che rende evidente la fragilità idraulica del territorio.
A sostenerla, ogni anno, è uno sforzo economico imponente: il solo Consorzio Adige Po affronta circa 3,8 milioni di euro di costi energetici, una cifra che incide per il 25% sull’intero bilancio. Numeri che non raccontano soltanto una gestione complessa, ma un vero e proprio gap strutturale ed energetico, diretta eredità dei cedimenti del passato.
Oggi a preoccupare è la sospensione dei fondi destinati al contrasto della subsidenza, dichiara il presidente del Consorzio Roberto Branco« La sospensione dei fondi destinati al contrasto della subsidenza non è una semplice cifra che scompare da un capitolo di spesa: è un enorme passo indietro nella protezione di un territorio che vive su equilibri delicatissimi. È, soprattutto, una rinuncia a una responsabilità che lo Stato stesso – giuridicamente e moralmente – è chiamato ad assumersi».
Il riferimento è chiaro: il Decreto Legislativo 152/2006, il Testo Unico Ambientale, stabilisce che lo Stato debba concorrere, insieme alle altre amministrazioni, alle azioni necessarie per contrastare la subsidenza dei suoli e la risalita delle acque marine.
«Per anni, grazie a finanziamenti mirati, abbiamo potuto contenere un fenomeno che non dà tregua, intervenendo in modo puntuale e tempestivo sulla nostra rete idraulica. Oggi, però, senza quel sostegno, il peso cade interamente sui consorziati: su bilanci già gravati da costi energetici elevatissimi e su una rete scolante che supera i 1700 chilometri», prosegue Branco.
La subsidenza è una minaccia silenziosa. Non si vede, ma agisce costantemente: modifica le pendenze dei terreni, deforma le sezioni dei canali, compromette la capacità di scolo. È l’eredità delle attività estrattive del passato e continua a presentare un conto salato a un territorio che non può sostenerlo da solo.
«Ogni finanziamento mancato oggi significa un rischio amplificato domani. Perché la prevenzione non è un costo: è l’investimento più intelligente che si possa fare. Ogni euro speso oggi in manutenzione idraulica evita danni enormemente superiori a infrastrutture, produzioni e comunità», sottolinea ancora il presidente.
Il timore è che il rinvio degli interventi aumenti la vulnerabilità di un’area già fragile, dove la sicurezza idraulica non è un tema astratto ma una condizione quotidiana di sopravvivenza economica e sociale.
«La subsidenza non aspetta, non rallenta, non si ferma perché lo Stato decide di non rifinanziare. E rinviare gli interventi significa aumentare la vulnerabilità del territorio e di chi lo vive. Per questo chiediamo con fermezza il ripristino immediato dei finanziamenti. Non si tratta di un’esigenza contabile, ma di un principio di responsabilità verso un territorio fragile, che ha già pagato molto. E mentre si torna a discutere di nuove trivellazioni, ribadiamo che prima di tutto servono garanzie, compensazioni certe e una strategia nazionale coerente: la sicurezza idraulica non può essere lasciata alla sola buona volontà dei territori, ma richiede politiche strutturate e investimenti seri», conclude Roberto Branco.
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