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23.11.2022 - 05:44
“Elaborare un lutto chiede l’interruzione dell’incredulità. Hai bisogno di vedere il corpo, livido nella bara, hai bisogno di sfiorare la fronte fredda, di posare un bacio, di strisciare una carezza sulla pelle atona di un volto ricomposto. Dopo non stai meglio, no, però ricominci a lavorare sull’assenza, a rassegnarti, a capire la morte”. Con queste parole Lidia Ravera, scrittrice e giornalista, introduce il libro della collega Valentina Calzavara “Lo strappo sospeso” (Edizioni Tab). Un viaggio nel lutto da Covid-19, quando tutto quello che Ravera indica come necessario per andare oltre non c’è stato, non si è potuto avere, è mancato. Morti senza commiato e ferite ancora aperte, strappi sospesi in chi è rimasto e nella comunità. Calzavara si interroga e interroga: cosa si prova? c’è una via di uscita? Con delicatezza, sensibilità e grande capacità di ascolto, l’autrice – che ha ricevuto per questo libro una lettera di apprezzamento da Papa Francesco – racconta le storie personali di chi ha vissuto questa tragedia collettiva, ne segue le cicatrici, delinea i contorni della singola sofferenza che è sempre diversa ma che allo stesso tempo accomuna. Un dolore al quale cerca, grazie all’aiuto di un gruppo di esperti, di trovare risposte propositive per provare a rinascere. Il dolore, il silenzio, la rabbia, la solitudine, la perdita, il trauma, la colpa, gli altri, il corpo, il gruppo, la cura, la fede: tredici capitoli, tredici racconti toccanti, tredici dialoghi. “Ogni testimonianza è un racconto in cui specchiarsi, per similitudine o per antitesi, l’occasione per riconoscere il proprio dolore in quello degli altri. È – spiega la giornalista e scrittrice – l’esperienza di un testamento emotivo altrui in cui trovare qualcosa di utile anche per noi”. Calzavara per ogni tema-capitolo ha intervistato un esperto: il sociologo Domenico De Masi, la psicologa Maria Rita Parsi, l’antropologo Marco Aime, la giornalista Annalena Benini, il tanatologo trevigiano Lorenzo Bolzonello, la bioeticista Luisella Battaglia, il filosofo Massimiliano Valerii, gli psicologi David Lazzari e Pasquale Borsellino, la psicoterapeuta Vera Slepoj, la criminologa Roberta Sacchi, il medico Antonella Vezzani, la teologa Lucia Vantini. Un viaggio in tutta la penisola, in cui trovano spazio – oltre a quella del tanatologo Bolzonello – anche le testimonianze di alcuni trevigiani: padre Felice Chech, cappellano dell’ospedale Ca’ Foncello; Moreno Agostini, primario di rianimazione a Montebelluna durante le prime ondate della pandemia; Paola Carmignola, infermiera a Treviso; e Ivan Trevisin, titolare delle omonime onoranze funebri. Non è un libro facile da affrontare, perché entrarci significa ripercorrere una strada che vorremmo dimenticare in fretta. Ma è un libro necessario per guarire, elaborare il lutto e dare un senso alla vita di chi non c’è più. Oltre che alla nostra. “Nessun momento, anche il più drammatico, è inutile se può essere raccontato. Nessun dolore è definitivo se può essere liberato dal senso di angoscia. Solo così – spiega Valentina Calzavara – potrà rovesciarsi nel suo contrario. I morti ci mancano e sarà così per sempre, ma se si continuerà a dire di loro non li avremo mai definitivamente perduti”.
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