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Ambiente e territorio
21.03.2026 - 10:15
Il presidente regionale di Legambiente Luigi Lazzaro
Il Veneto torna al centro del dibattito nazionale sull’acqua con la pubblicazione dell’“Atlante dell’Acqua 2026”, diffuso da Legambiente in occasione della Giornata mondiale del 22 marzo. Il rapporto, che analizza consumi, sprechi, inquinamento e impatti della crisi climatica, dedica particolare attenzione alla nostra regione, teatro del più grave caso italiano legato ai PFAS e tra le aree più colpite da siccità ed eventi estremi negli ultimi anni.
Il documento conferma un quadro tutt’altro che rassicurante: in Italia si perde il 42,4% dell’acqua immessa in rete, una dispersione che nel Nordest si traduce in reti sotto pressione, falde compromesse e territori sempre più vulnerabili. A ciò si aggiungono fenomeni che interessano direttamente il Veneto, dagli effetti della cementificazione sulla ricarica delle falde alla presenza diffusa di inquinanti persistenti.
Il caso PFAS resta il simbolo più evidente della fragilità idrica regionale: circa 350.000 persone esposte per decenni, terreni compromessi e costi di bonifica che a livello europeo si stimano in centinaia di miliardi. Nonostante le restrizioni già introdotte, nuove molecole sostitutive continuano a rappresentare un rischio per gli ecosistemi e per l’acqua potabile.
Accanto all’inquinamento, pesa l’impatto del cambiamento climatico. Il Veneto è stato tra i territori più colpiti da eventi estremi nel 2025, mentre la siccità del 2022 ha lasciato un segno profondo sulle comunità e sulle attività produttive. Le analisi dell’Atlante confermano inoltre il ruolo cruciale dei ghiacciai alpini — ormai in forte regressione — per l’equilibrio idrico che alimenta anche la pianura veneta.
In questo contesto, la voce di Legambiente Veneto si fa netta e diretta. Il presidente regionale Luigi Lazzaro richiama la necessità di un cambio di passo decisivo:
“L'acqua è uno dei temi principali della narrazione ecologica in Veneto: con Operazione fiumi, Goletta verde e Goletta dei laghi monitoriamo ogni anno lo stato delle nostre acque, minacciate soprattutto da inquinanti emergenti come i PFAS. In una regione tra le più colpite dagli eventi climatici estremi e ancora segnata dalla siccità del 2022, la tutela della risorsa idrica rimane centrale ma troppo spesso sottovalutata. Continuare a gestire l’acqua con processi emergenziali non dà risposte concrete ai territori e finisce per impoverirli. Servono aree di salvaguardia idrica approvate rapidamente e una pianificazione che protegga in modo chiaro e continuativo le zone in cui si ricaricano le falde. Fenomeni come l’inquinamento dei punti di approvvigionamento, o la compromissione della ricarica dovuta alla cementificazione, non si devono più ripetere.”
Il richiamo è esplicito: casi come quello dell’ex Miteni e opere che impattano sui suoli permeabili — come la Pedemontana veneta — mostrano quanto sia urgente individuare e preservare i territori chiave per il bilancio idrico regionale.
L’Atlante invita a leggere la crisi dell’acqua come fenomeno strutturale e non episodico. Il Veneto, nodo idrico fondamentale del Nord Italia e tra le regioni più esposte, diventa esempio emblematico della necessità di un approccio diverso, capace di unire pianificazione, prevenzione e tutela dei beni comuni.
Solo così, avverte Legambiente, si potrà evitare che la regione continui a oscillare tra emergenza e vulnerabilità, e costruire invece una gestione dell’acqua capace di garantire sicurezza, qualità e resilienza per le comunità venete.
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