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Cronaca
18.03.2026 - 07:25
Foto di repertorio
Dodici anni di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici e cinque anni di libertà vigilata a pena scontata. È la richiesta avanzata dalla Procura nei confronti di Giovanni Alampi, ultimo imputato del filone principale dell’inchiesta “Perfido”, che ha acceso i riflettori sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nel tessuto economico trentino, in particolare nel settore del porfido.
Secondo l’accusa, il 59enne calabrese avrebbe avuto un ruolo operativo all’interno dell’organizzazione, agendo come uno dei “bracci armati” e fornendo supporto agli affiliati sia nella realizzazione delle attività criminali sia nell’elusione delle indagini. Una ricostruzione ribadita in aula dalla pm Maria Colpani, che ha descritto Alampi come direttamente legato all’imprenditore Domenico Morello, già condannato come promotore della locale di ’ndrangheta radicata in val di Cembra.
Tra gli episodi contestati, anche la partecipazione a incontri riservati tra affiliati e un presunto accordo per l’acquisto di un’arma clandestina con silenziatore, da portare in Trentino per compiere un attentato. La Procura ha invece chiesto il proscioglimento per altri capi d’imputazione, tra cui voto di scambio e truffa assicurativa.
Quello di Alampi è l’ultimo procedimento ancora aperto del troncone principale dell’operazione “Perfido”, che ha già portato a condanne complessive superiori al secolo di carcere. Solo nelle scorse settimane otto imputati sono entrati in carcere dopo la conferma definitiva delle pene da parte della Cassazione, per un totale di oltre 75 anni.
La difesa, rappresentata dagli avvocati Claudia Vettorazzi e Marco Stefenelli, ha chiesto l’assoluzione o in subordine la riqualificazione del reato, sostenendo che non vi siano prove sufficienti per configurare la partecipazione all’associazione mafiosa. “Non è automatico che Alampi fosse parte della locale”, ha sottolineato Vettorazzi, ricordando anche una precedente ipotesi di patteggiamento molto più lieve.
Intanto le parti civili – tra cui Provincia di Trento, Comune di Lona Lases e diversi ministeri – hanno presentato richieste di risarcimento danni per oltre 2 milioni di euro, legati soprattutto al danno d’immagine.
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