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Territorio
11.04.2026 - 16:27
Antonio Maritan
Un lavoro basato su fonti archivistiche, mappe e documenti ricostruisce storia e funzioni del lazzaretto locale. È quanto raccoglie Antonio Maritan, ex maestro e studioso del territorio, già autore di pubblicazioni su edifici e monumenti del paese, nel volume “Monatti e untori – Arzergrande e il suo lazzaretto”.
Realizzato con il supporto della Pro loco e della Bcc, è disponibile gratuitamente in municipio. L’impostazione del libro è spiegata dallo stesso autore: «Chi ci viveva? Rimangono tracce? A cosa serviva un lazzaretto?» Tutte domande alle quali si è cercato di rispondere affinchè rimanesse almeno il ricordo di tanti eventi di un passato non troppo lontano. Anche se il lazzaretto è il principale argomento trattato, tuttavia le vicende ad esso legate fanno parte di un affresco più grande. Per quanto riguarda Arzergrande, una prima notizia di peste risale al 1348. L’episodio più rilevante resta quello del 1629-1633 (la peste raccontata dal Manzoni), che coinvolse anche la Saccisica, con misure di contenimento e isolamento dei malati nei luoghi di quarantena. I lazzaretti, sviluppati in ambito veneziano, avevano la funzione di separare i contagiati dal resto della popolazione.
Il registro mortuario di Piove di Sacco segnò centinaia di decessi e, nel 1631, venne organizzata la processione votiva del 6 maggio verso la Madonna delle Grazie, tradizione ancora oggi ricordata. La parte centrale del volume è dedicata alla documentazione tra Ottocento e Novecento. Le delibere comunali collocano il “locale di isolamento per le malattie infettive” nella parte terminale dell’attuale via Marconi, a sud del paese, in un’area indicata nel catasto austriaco del 1835 come “palude” e poi definita Comunanze, terreno indiviso della comunità. Un primo riferimento istituzionale è la delibera del consiglio comunale del dicembre 1899, relativa alla nomina della Congregazione di sanità, organismo già esistente e con bilancio soggetto all’approvazione consiliare, che operò anche negli anni successivi.
All’inizio del Novecento emerge un progetto organico. Nel 1911, sotto l’amministrazione del sindaco Vittorio Foggiato, viene predisposta una pratica completa per la costruzione di una “casa di isolamento”. Il primo progetto, redatto dall’ingegnere Francesco Gasparini, prevedeva un edificio a due piani per un importo iniziale di 6.250 lire, poi salito a 8.200. Le tavole descrivono una struttura con scala centrale, locali distribuiti su due livelli, un annesso esterno e un sistema per la gestione dei reflui indicato come “fogna per le feccie sterilizzate e cesso”. Nello stesso periodo viene preso in esame un secondo progetto a un piano, già adottato a Codevigo e approvato dalla Prefettura, alla quale viene rimessa la decisione finale. È questa la soluzione realizzata. L’edificio presenta pianta rettangolare, rialzata rispetto al piano campagna, con dimensioni di circa 20 metri per 10 e altezza di 6,60 metri. Sul lato ovest si affacciano otto stanze per medici, infermieri, cucina e bagno per la disinfezione. Un corridoio centrale conduce a due camerate sul lato est, separate per uomini e donne.
Sul retro sono presenti due servizi igienici accessibili anche dall’esterno. Ogni locale è dotato di finestra per l’aerazione. È prevista una fossa biologica per la raccolta delle deiezioni. Distaccata verso sud, una piccola struttura funge da camera mortuaria e deposito per le lettighe. Ulteriori atti documentano gli sviluppi successivi. Nel 1919 è disposto un restauro con la nomina del custode Enrico Andriolo; nel 1948, durante il mandato del sindaco Guerrino Spinello, vengono stabiliti lavori di sistemazione e riparazione del lazzaretto e della vicina casa colonica. Nel tempo i locali vengono utilizzati anche per ospitare famiglie bisognose. Prima della dismissione, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, risultano presenti tre nuclei. Le ultime pratiche d’archivio risalgono al 1988 e descrivono un edificio ormai in gran parte crollato. Un’ipotesi di recupero non viene portata a termine e l’area resta senza ulteriori interventi edilizi.
Alessandro Cesarato
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