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Calcio. Serie B
23.03.2026 - 22:48
Matteo Andrteoletti, foto @giacomo noventa
Andreoletti–Padova, è finita.
Era arrivato quasi in silenzio, da giovane allenatore con poca esperienza e un esonero alle spalle. Un quasi emergente, in una piazza sfiduciata, reduce dagli incubi della Serie C e da una contestazione aperta. Una scommessa. 1600 persone alla prima, Padova–Trento. Un’immagine che raccontava il momento. Poi qualcosa è cambiato.
Il lavoro, la professionalità, ma soprattutto l’uomo. Andreoletti ha costruito consenso giorno dopo giorno, senza mai fare proclami, ma con i fatti e l'umiltà. Successi, certo. Ma anche cadute. Perché il suo percorso è stato bello perché anche profondamente umano. Fino a quel 25 aprile che resterà nella storia biancoscudata. Lumezzane. La gioia dopo la paura. Il controsorpasso di Trieste per arrivare al tripudio finale. La festa. Il Padova torna in Serie B sei anni dopo, beffando il Vicenza al termine di una stagione straordinaria.
Un cammino quasi irripetibile: imbattibilità nelle prime 25 giornate, un vantaggio importante costruito settimana dopo settimana. Una squadra dominante e bella da vedere. Poi marzo. Le difficoltà. Il momento più buio a Caravaggio contro l’Atalanta Under 23, con il Vicenza che aveva completato una rimonta clamorosa recuperando dieci punti. Sembrava finita. E invece no. Il Padova rialza la testa, torna davanti, chiude il cerchio. È la vittoria di un gruppo, ma anche di un allenatore che non ha mai perso la rotta.
Il paraurti di una piazza in difficoltà
Il primo anno di Andreoletti è stato qualcosa che è andato oltre il campo. Il lombardo si è caricato un intero ambiente sulle spalle. Responsabilità, pressioni, critiche. Ha fatto da paraurti. Ha allenato una squadra con gli ultras assenti per l'intera stagione, in protesta. Ha giocato senza il calore della propria gente, almeno in casa, eppure è riuscito a riaccendere qualcosa. L’entusiasmo. L’identità, portando i padovani a essere nuovamente orgogliosi dei propri colori.
Padova è tornata a riconoscersi nella propria squadra e soprattutto nel suo allenatore. Non è un caso che in città siano iniziati a circolare i suoi santini, che ad ogni ingresso in campo il suo nome venisse urlato dai tifosi. Un vero è proprio idolo. Tra il lombardo e l'ambiente si è creato un legame profondo, raro.
La Serie B e un’altra impresa
Arrivato in cadetteria, Andreoletti prende in mano una squadra con il quarto budget più basso del campionato. Una rosa costruita con pochi investimenti e tante scommesse, con 6-7 titolari provenienti dal gruppo che aveva giocato l'anno prima la Serie C. Il fiore all'occhiello della campagna acquisti, il Papu Gomez, non è praticamente mai a disposizione. L'allenatore in ogni caso riesce a ben figurare.
Il Padova infatti chiude il girone d’andata a metà classifica, dimostrando di avere un’identità chiara e acquisendo credibilità in un campionato in cui i veneti venivano dati tra i meno quotati ai nastri di partenza. Organizzazione, compattezza, cuore le ricette giuste: "il suo Padova". Il pubblico ne riconosce i limiti, ma lo apprezza. È, ancora una volta, un piccolo miracolo sportivo.
La crisi, le assenze, la caduta
Poi, ancora marzo. Come un anno prima, è in quel periodo che qualcosa si incrina, questa volta in modo definitivo. 9 punti in 13 partite nel girone di ritorno. Le sconfitte contro Avellino, Catanzaro, Venezia, Palermo sono fatali. 3 delle prime 5 della classifica. Ma in ogni caso il Padova mostra delle difficoltà. Pesano anche le assenze: Sgarbi, Barreca, Harder, Gomez, e un Bortolussi non al meglio.
Ma Andreoletti non cerca mai alibi. Cade. Ma lo fa in piedi. Ironia della sorte, tutto si chiude all’Euganeo contro il Palermo. nel modo più beffardo, al 92' e in uno stadio segnato ancora una volta dalla protesta degli ultras per i ritardi della Curva Sud. Senza la sua gente. Come tutto era iniziato. Finisce così.
Il finale e l’eredità
Ma nel frattempo Andreoletti ha costruito qualcosa che va oltre i risultati. A fine partita, dopo l’esonero, c’è un momento che racconta tutto: l’incontro con gli ultras fuori dall'Euganeo. Il saluto. Le lacrime. Le parole da uomo prima ancora che da allenatore. Chiede una cosa in particolare, tra le altre: continuare a sostenere la squadra. Non per lui. Per il suo Padova.

Cosa resterà
Gli schemi, la tattica e i risultati contano. Ma alla fine nei ricordi restano tante cose. Il settimo allenatore più longevo della storia del Padova. Una promozione costruita contro ogni aspettativa. Una squadra riportata nel calcio che conta con credibilità. Un popolo che è stato reso orgoglioso. Andreoletti se ne va così: senza vedere la nuova curva colma di tifosi. Ma lascia e porta con sé, soprattutto, tanto amore. Ed è questa la sua grande eredità. Non solo i punti. Non solo la Serie B.
Il tecnico lombardo ha restituito al Padova qualcosa che sembrava perso: credibilità, identità, appartenenza. Andreoletti, è finita. Ma quello che ha lasciato è destinato a restare. E difficilmente da queste parti verrà dimenticato.
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