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Crisi industriali
08.02.2026 - 08:45
Il 31 marzo i cancelli della Berco si chiuderanno definitivamente. Una data che segna la fine di un capitolo industriale iniziato nel 1989, sulle ceneri della Simmel, storica presenza produttiva nell’area a sud del cavalcaferrovia fin dal 1948. Oggi nello stabilimento di Borgo Padova restano una cinquantina di lavoratori ad accompagnare gli ultimi mesi di attività; fino a pochi anni fa erano oltre cinquecento. La crisi non è esplosa all’improvviso.
Dal 2008 il comparto metalmeccanico legato alle macchine movimento terra ha attraversato cicli sempre più ravvicinati di contrazione, con ridimensionamenti progressivi dell’organico. La sede castellana, specializzata nella produzione di ruote tendicingolo e rulli, ha visto assottigliarsi commesse e prospettive, mentre l’attenzione del gruppo Thyssenkrupp si concentrava sul sito principale di Copparo. Nei mesi scorsi si era parlato di una possibile vendita o di una riconversione in chiave militare, anche alla luce dell’interessamento evocato dal ministro delle imprese Adolfo Urso e di un potenziale coinvolgimento di Leonardo. Quest’ultima, società per azioni italiana a controllo pubblico, aveva recentemente stipulato un accordo con la tedesca Rheinmetall per la produzione in Italia di mezzi militari corazzati. La Berco avrebbe potuto quindi realizzare cingoli per mezzi militari, riattivando il settore bellico proprio della Simmel. Ipotesi che non hanno trovato riscontri concreti. Nel frattempo, la quasi totalità dei dipendenti ha accettato l’incentivo all’esodo di 57 mila euro lordi.
Alcuni hanno già trovato collocazione in altre realtà del territorio, in particolare nella limitrofa Faber, azienda friulana, nata anch’essa dalla Simmel, che ha riconvertito parte della produzione di bombole per gas in quella bellica di ogive e bossoli. Altri lavoratori si preparano a ricorrere alla Naspi, soprattutto chi è più vicino alla pensione. «C’è dispiacere – racconta un operaio con oltre vent’anni di anzianità – perché qui siamo cresciuti professionalmente e umanamente. I pagamenti sono sempre stati regolari, ma negli ultimi anni la sensazione era di navigare a vista». Un collega sottolinea come «ogni tre o quattro anni si ripresentasse una crisi, con meno personale e meno certezze. A un certo punto si è capito che la candela si stava spegnendo». Resta ora l’incognita sull’area produttiva: 65 mila metri quadrati a ridosso del centro storico che rischiano di aggiungersi agli altri 92 mila metri quadrati di spazi dismessi dell’ex Fervet, chiusa da oltre un decennio. Senza un progetto industriale, lo scenario è quello dell’ennesimo vuoto urbano in una zona simbolo dell’industrializzazione castellana del Novecento. Sulla vicenda interviene anche Rifondazione Comunista, che parla di «parole vuote» in riferimento agli annunci di riconversione e critica la strategia nazionale sul riarmo, ritenuta incapace di garantire continuità produttiva e occupazionale. «Il caso Berco – afferma il partito – dimostra che l’economia di guerra non risolve la crisi industriale».
Leonardo Sernagiotto
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