"Mi considerano l'erede di Dario Fo, ma è un'eredità talmente enorme che la condividiamo in tanti"
Matthias Martelli sul palcoscenico
È affascinante e scientifico come divulgatore, all’altezza degli Angela; brillante e multicolore come teatrista, un autentico giullare all’altezza di Dario Fo. Matthias Martelli, 36 anni, è di Urbino come il protagonista del suo spettacolo,
Raffaello figlio del vento, che ha portato al comunale di Vicenza assieme al musicista Matteo Castellan. Sono stati accolti da fragorosi applausi. È il terzo anno che torna a Vicenza, dopo
Mistero buffo (che ha concepito proprio al comunale,
in residenza come si dice) e lo spettacolo su Fred Buscaglione.
Cosa l’ha colpito di Raffaello, oltre al fatto di essere un concittadino, che valeva la pena di raccontare? Lo stereotipo ce l’ha consegnato come il pittore della grazia e della perfezione. Ero curioso di vedere cosa ci fosse d’altro. E ho scoperto un personaggio sfaccettato, sicuro di sé, perfino un coraggioso che sfida il potere. Insomma, una figura molto più interessante. Leonardo, Michelangelo, Caravaggio sono visti spesso come
maledetti, e quindi più contrastati e immediati.
L'autoritratto di Raffaello
Raffaello contesta il potere? E come? Mi pare ci vivesse bene all’interno. Così almeno la pensava Michelangelo… In una lettera, scritta assieme a Baldassare Castiglione, Raffaello denuncia i monumenti vandalizzati. Era il tempo in cui il Colosseo era stato trasformato in una cava. Hanno ammonito il pontefice di tutelare quelle reliquie che altri papi avevano permesso di distruggere.
Il richiamo funzionò? No, non lo ascoltarono.
"L'allarme di Raffaello sui monumenti vandalizzati allora mi ricorda l'articolo 9 della nostra costituzione"
Destino di molti profeti. A me ha colpito che quella vicenda somiglia molto all’articolo 9 della Costituzione, nel quale è scritto che la Repubblica tutela il paesaggio artistico e storico.
Cosa gli domanderebbe se lo incontrasse oggi? Cosa avrebbe fatto se avesse potuto essere libero di dipingere qualsiasi cosa.
Oddio, non è che sia stato proprio imprigionato dalla vita: s’è piuttosto divertito o anche questo è uno stereotipo? Vero, s’è divertito e ha cazzeggiato. Finché ha potuto è stato felice.
Che lavoro gli farebbe fare oggi? Gli chiederei di progettare un tempio laico, magari a Urbino.
Il nostro Cisa vicentino ha organizzato una mostra intitolata Raffaello nato architetto. Concorda? Certo che sì. Un paio di suoi palazzi li hanno buttati giù.
"Dario Fo mi ha insegnato l'umità dei grandi"
Lei è indicato come l’erede di Dario Fo. Le piace? L’eredità è comune, è talmente enorme che sta sulle spalle di molti.
Che ricordo ne ha? Siamo nati entrambi il 24 marzo a 60 anni di stanza. Fa pensare. Mi ha insegnato l’umiltà dei grandi.
Come? Gli scrissi una mail, poi un’altra. Non mi rispose, mi telefonò. Mi invitò ad andare da lui a Gubbio, alla
Libera università di Alcatraz. Restai con lui due giorni e mi raccontò tutto.
Dario Fo si esibisce all'Olimpico di Vicenza nel 1993. Fu l'unica volte, delle molte che recitò in città, che calcò il palcoscenico dell'Olimpico
Un aneddoto extra tecnica di teatro… Sosteneva di aver avuto una vita felice, ma le più grosse fortune per lui sono state le crisi – mi spiegò – a cominciare da quella vissuta da studente di architettura, perché smise l’università e iniziò il teatro.
Arturo Brachetti l’ha praticamente scoperta in un teatrino di Torino, poi è stato anche regista di suoi spettacoli. Come lo descrive? Fa cose che fanno solo i grandi, come appunto andare nei piccoli teatri a vedere sconosciuti. Da regista è infaticabile: sta dodici ore con noi, poi passa la notte a sistemare le luci fino alle cinque di mattina e poi ricomincia con gli attori.
Lei è indicato come il nuovo giullare, e del resto i suoi spettacoli parlano questa lingua. Non ha un po’ di timore reverenziale verso Dario Fo? La sua genialità è stata di aver ripreso una tradizione che durava da secoli e di averla consegnata a noi. Ha proiettato la tradizione verso il futuro come un’onda.
Come si connota un giullare, quindi anche il suo? C’è un aspetto di stile e uno di contenuto. Riguardo allo stile, il giullare usa tutto e la mimica del corpo è fondamentale. Riguardo al contenuto, il giullare è satirico, vuole ribaltare il potere. La sua ironia rompe la durezza del potere, la parodia della verità assoluta alla fine la sbriciola.
Qual è lo spettacolo che le piacerebbe portare in scena? Mi piacerebbe parlare del cambiamento climatico, dei problemi della carne, degli allevamenti intensivi; vorrei parlare dell’universo, di quanto siamo piccoli e insignificanti; vorrei parlare del Decameron, di storia dell’arte, dell’Orlando Furioso, di Jonesco, di Moliere, di Gargantua e Pantagruel, che rappresentano le radici della comicità popolare.
Brevi cenni sull’universo, insomma. Chi ammira dei suoi colleghi? Antonio Rezza, la
Carozzeria Orfeo, Stivalaccio.
Un incontro personale che l’ha cambiata Quello con Eugenio Allegri: mi ha insegnato moltissimo. Ore e ore uno davanti all’altro. Anche in questo spettacolo mi ha aiutato. Purtroppo è mancato.
Se non avesse fatto l’attore sarebbe diventato… Un ricercatore di storia o scientifico.
Insomma una carriera universitaria come quella del papà Poteva andare così, in effetti
Quando ha deciso di diventare attore cosa le hanno risposto in famiglia? Avevano qualche perplessità, non tanto sul mestiere dell’attore ma sul tipo di scuola che avevo scelto, che era quella di Philip Radice a Torino. Mi rendo conto che non era l’accademia d’arte drammatica. E anche che potevo sembrare a loro un po’ fuso visto che ero saltato di città in città, Urbino, Bologna, Roma e poi anche a Valencia e Torino.
Poi l’hanno visto in scena E si sono chiesti: ma questo da dove è uscito fuori?
Magari la mamma è più indulgente con il figlio, che anche se ha 36 anni è sempre il suo bambino No, non creda. Si discute anche: meglio così, meglio cosà
Ma poi attori si nasce o si diventa? Si nasce, ma senza l’approfondimento non vai da nessuna parte. La fatica bisogna farla.
Il più bel libro letto Il maestro e Margherita e
Cent’anni di solitudine Il più bel copione recitato Mistero buffo, va da sé. Ha un mix incredibile di testo, corpo, di mimica inserita nelle parole e neanche te ne accorgi.
Perché l’Italia ha nostalgia di Fred Buscaglione? Perché ha l’immagine di una persona umile, ironica e sfortunata. Ha sdrammatizzato una serie di miti, divertendo con rispetto e professionalità.
Antonio Di Lorenzo