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Curiosità
10.02.2026 - 11:23
Foto di repertorio
Cent’anni e non sentire il peso della crosta (che, per definizione, non ha). Oggi, 10 febbraio, l’Italia celebra il secolo di vita di uno dei suoi simboli gastronomici più democratici, versatili e amati: il tramezzino. Era il 1926 quando, tra i tavolini del Caffè Mulassano di Piazza Castello a Torino, faceva la sua comparsa questa morbida novità, destinata a rivoluzionare la pausa pranzo e l’aperitivo degli italiani.
Non tutti sanno che il tramezzino deve il suo nome a una delle menti più brillanti e creative del Novecento: Gabriele D'Annunzio. Fu proprio il poeta, grande frequentatore del caffè torinese e amante delle innovazioni linguistiche, a coniare il termine.
Cercando un'alternativa autarchica all'inglese sandwich, D’Annunzio si ispirò alle "tramezze" della casa di campagna, le pareti divisorie: il tramezzino era, metaforicamente, un "intramezzo" tra la colazione e il pranzo. Un nome che evoca brevità, piacere e un pizzico di nobiltà letteraria.
Cosa rende un tramezzino un vero tramezzino? I puristi non hanno dubbi:
Il pane: rigorosamente bianco, al latte, privato della crosta e mantenuto umido.
La forma: il classico triangolo, progettato per essere impugnato con una mano sola mentre si sorseggia un caffè o un vermut.
L’imbottitura: dalla classica "veneziana" strabordante di maionese e uova, alle varianti gourmet del 2026 che includono ingredienti esotici e combinazioni vegane.
Nonostante l'invasione di poke bowl, sushi e street food internazionale, il tramezzino resiste. Anzi, rilancia. Oggi, nel giorno del suo centenario, i bar di tutta Italia (con punte d'eccellenza a Torino e Venezia, le due "capitali" del triangolo bianco) registrano vendite record.
È il simbolo di un'Italia che sa trasformare un'idea semplice in un rito intramontabile. Che sia con tonno e carciofini o con crudo e mozzarella, oggi il brindisi è d’obbligo: lunga vita al tramezzino!
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