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14.02.2026 - 08:31
Foto di repertorio
Uova, farina, zucchero, pinoli e uvetta. Poi l’olio bollente, una generosa spolverata di zucchero a velo e il profumo che sa di festa. È la ricetta originale delle fritole veneziane, custodita alla Biblioteca Nazionale Casanatense, testimone di un dolce che tra XVI e XVII secolo divenne simbolo della Serenissima, al punto da essere proclamato nel Settecento “Dolce nazionale dello Stato veneto”.
Un’eredità che il Carnevale di Venezia continua a celebrare. Ieri pomeriggio l’Istituto alberghiero Barbarigo ha ospitato “Fritole e fritoleri”, appuntamento inserito nel programma ufficiale della manifestazione, riportando in scena l’antica corporazione dei fritoleri che aveva sede nella Chiesa della Maddalena e che un tempo regolava la vendita delle frittelle in città.
La gara, riservata a pasticcerie e scuole alberghiere, ha premiato le tre migliori fritole preparate secondo la ricetta tradizionale codificata dal gastronomo Giuseppe Maffioli. Sul podio la Pasticceria Cosetta, seguita dallo stesso Istituto Barbarigo e dal celebre Caffè Florian.
A Palazzo Morosini presenti anche gli assessori Simone Venturini e Sebastiano Costalonga in rappresentanza del Comune di Venezia. Venturini ha definito il Barbarigo «un’eccellenza del territorio», capace di intrecciare didattica, collaborazioni con enti e imprese e apertura internazionale. «Da qui escono i futuri professionisti dell’accoglienza e della cucina – ha sottolineato – in settori che richiedono passione, impegno e competenze solide».
Spazio anche alla creatività. I gelatai del Veneto hanno presentato il “gelato delle Olimpiadi”, ispirato ai cinque cerchi e realizzato con ingredienti provenienti dai cinque continenti: uvetta cilena, caffè ugandese, noce di macadamia australiana, vaniglia e mascarpone. Gli studenti del Barbarigo hanno rilanciato con una frittella speciale costruita sugli stessi sapori, unendo tradizione e sguardo globale.
Costalonga ha ribadito il valore strategico della gastronomia per Venezia: «La cultura passa anche dalla cucina. Chi visita la città cerca non solo i palazzi, ma l’esperienza dell’accoglienza e del buon cibo, che qui diventano formazione e identità».
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