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Ripresa dei prestiti bancari alle imprese: cresce il credito, ma le microimprese restano escluse

Aumentano i finanziamenti totali, ma le aziende con meno di 20 dipendenti perdono terreno

Ripresa dei prestiti bancari alle imprese: cresce il credito, ma le microimprese restano escluse

Dopo anni di pressione – prima la pandemia, poi l’era dei tassi più elevati e le strette regolamentari della Banca Centrale Europea – i prestiti bancari alle imprese italiane mostrano finalmente segnali di ripresa. Tra novembre 2024 e novembre 2025 il totale dei finanziamenti erogati è salito di 5 miliardi di euro, pari a un +0,8%. Ma questo progresso ha un volto sbilanciato: la crescita non ha riguardato le microimprese, quelle con meno di 20 dipendenti, che nel medesimo arco temporale hanno visto diminuire i prestiti di 5 miliardi, corrispondenti a un calo del 5%.


Le banche italiane privilegiano le imprese più grandi. Ragioni razionali e regolamentari guidano questa scelta: le società con bilanci più robusti e garanzie accessibili sono considerate meno rischiose e richiedono meno capitale regolamentare da parte degli istituti finanziari. Al contrario, le microimprese sono spesso caratterizzate da ricavi volatili, minore patrimonializzazione e strumenti di garanzia limitati, elementi che aumentano il costo e il rischio percepito del credito.

La dinamica dei prestiti non è uniforme sul territorio nazionale. Lazio, Calabria e Valle d’Aosta hanno registrato un aumento dei finanziamenti alle imprese, mentre regioni come Sardegna, Umbria e Veneto hanno subito contrazioni. Anche il Trentino-Alto Adige non è immune: qui i prestiti alle imprese sono diminuiti di circa 74 milioni di euro. Queste divergenze evidenziano come la ripresa del credito sia influenzata da fattori locali — composizione produttiva, concentrazione di PMI, qualità del tessuto imprenditoriale e rischio percepito dalle banche.

Le nuove regole di capitale imposte agli istituti costringono le banche a immaginare con maggiore prudenza l’esposizione verso soggetti considerati rischiosi. Quando una controparte è ritenuta a rischio più elevato, la banca deve accantonare capitale aggiuntivo, rendendo meno conveniente l’erogazione di piccoli prestiti a condizioni ragionevoli. Questo meccanismo accentua il favoritismo verso clienti più grandi e finanziariamente più solidi, ampliando il divario nell’accesso al credito.

La minore erogazione non è solo effetto dell’offerta bancaria. Anche la domanda delle microimprese è cambiata: molte piccole aziende richiedono meno prestiti, per prudenza o perché hanno già impiegato risorse proprie per superare le fasi di difficoltà. La combinazione di domanda più debole e offerta più selettiva crea un circolo vizioso che rischia di rallentare la ripresa di segmenti chiave dell’economia italiana.

Le microimprese rappresentano una componente essenziale del tessuto produttivo italiano: creano posti di lavoro, servono mercati locali e mantengono vivace la catena di fornitura. L’accesso al credito è spesso determinante per investimenti, digitalizzazione, innovazione e capacità di rispondere alla domanda stagionale. Una persistente esclusione dal credito rischia quindi di compromettere la resilienza e la crescita diffusa del Paese.

Per ridurre il divario nell’accesso al credito servono interventi coordinati: strumenti pubblici di garanzia migliorati e meglio calibrati per le microimprese; incentivi alle banche per micro-prestiti; sviluppi nel microfinanziamento e nelle soluzioni digitali di credito; oltre a programmi di rafforzamento patrimoniale e formazione finanziaria per le imprese stesse. Politiche fiscali e di incentivazione agli investimenti possono contribuire a rendere le microimprese più solide e dunque meno rischiose agli occhi delle banche.

Il dato aggregato (+0,8% e +5 miliardi) è una notizia positiva: indica che il sistema bancario italiano è tornato a sostenere l’economia. Tuttavia, l’erosione del credito verso le microimprese (‑5 miliardi, ‑5%) è un campanello d’allarme. Guardare soltanto al totale rischia di nascondere fratture sostanziali che hanno conseguenze reali sul territorio e sull’occupazione. Occorre quindi intervenire per ricucire il legame tra le banche e il segmento che più di altri costituisce l’ossatura produttiva nazionale.

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