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Tra boschi e tornanti, un prete per otto parrocchie

In Val di Zoldo e a Zoppè di Cadore don Roberto De Nardin percorre venti chilometri di montagna per tenere unite comunità che resistono allo spopolamento

Tra boschi e tornanti, un prete per otto parrocchie

Foto di repertorio

C’è una valle, nel cuore delle Dolomiti bellunesi, che in dieci anni ha perso un abitante su cinque. Le case chiuse aumentano, i servizi si diradano, le giovane famiglie sono poche. Eppure, tra boschi fitti e paesi aggrappati ai versanti, la fede continua a essere un punto d’incontro, un filo che tiene insieme storie e generazioni.

Qui vive e lavora don Roberto De Nardin, 38 anni, parroco dal 2021 di una comunità pastorale che comprende otto parrocchie disseminate in una trentina di frazioni. Tra l’estremo della Val di Zoldo e quello di Zoppè di Cadore ci sono venti chilometri di curve e tornanti. Lui li percorre ogni giorno, con qualsiasi tempo.

Originario della Valle Agordina, ordinato sacerdote nel 2015, don Roberto ha alle spalle anni come segretario del vescovo e direttore della pastorale giovanile. Insegnava anche a scuola. Ma sentiva che mancava qualcosa. «Desideravo vivere la parrocchia, stare in mezzo alla gente», racconta. Quando è arrivato in valle, si è immerso subito in questa nuova realtà, fatta di silenzi, volti segnati dal tempo e relazioni profonde.

La mattina è spesso dedicata al lavoro d’ufficio: è il legale rappresentante delle otto parrocchie e deve occuparsi di una ventina tra chiese, canoniche e case, eredità di un passato più popoloso. Poi le visite agli anziani, le celebrazioni, il catechismo del mercoledì, le riunioni serali. Tre volte alla settimana pranza con don Paolo Arnoldo, sacerdote in pensione che lo affianca. Le giornate sono lunghe, ma «piene di senso», dice.

Non è un prete “di strada” nel senso più comune, ma è sempre per strada: decine di migliaia di chilometri l’anno per non lasciare nessuno solo. Nelle parrocchie di montagna, dove spesso i sacerdoti guidano più comunità, la presenza è tutto. La parrocchia resta uno dei pochi luoghi di aggregazione in territori segnati dall’emigrazione stagionale – quella dei gelatieri che partono per la Germania a febbraio e tornano in autunno – e dalla rarefazione dei servizi.

La comunità è composta in gran parte da anziani, ma non manca il desiderio di guardare avanti. «Con i giovani bisogna trovare parole nuove per raccontare la bellezza del Vangelo», spiega don Roberto, convinto che la fede debba parlare il linguaggio di oggi.

Accanto a lui, tante persone tengono viva la rete. Lucia, 67 anni, vicepresidente del consiglio pastorale, racconta come l’unione tra frazioni diverse abbia creato legami nuovi: «Prima ci conoscevamo poco, ora partecipiamo con gioia anche alle celebrazioni negli altri paesi». Nadia, 54 anni, segretaria, sorride: «Faccio quello che serve: canto, leggo, aiuto alla messa. Mettersi a disposizione fa bene anche a me».

La preoccupazione per il futuro resta. Senza un tessuto comunitario solido, lo spopolamento rischia di scavare solchi profondi. Ma proprio qui, dove scuole e servizi sanitari sono stati ridimensionati, la Chiesa locale diventa presidio sociale e culturale, casa per anziani soli e giovani famiglie, luogo in cui ritrovare relazioni e memoria.

È una delle tante storie che raccontano una presenza silenziosa ma quotidiana, come ricorda anche la campagna della Conferenza Episcopale Italiana: «Chiesa cattolica italiana. Nelle nostre vite, ogni giorno». Una presenza fatta di mani che si tendono, parole che consolano, passi che attraversano la montagna per dire che nessuno, nemmeno in fondo a una valle, è dimenticato.

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