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Basta notifiche, più relazioni: insegnanti chiedono il divieto dei social per gli under 16

Vallagarina contro gli smartphone: insegnanti e scuole rilanciano il divieto per i minori di 16 anni — 36mila firme, armadietti in aula e prime ricadute su attenzione, relazioni e ansia; si apre il dibattito tra divieto ed educazione digitale.

Basta notifiche, più relazioni: insegnanti chiedono il divieto dei social per gli under 16

Foto di repertorio

A due anni dalla petizione lanciata su Change.org da un folto gruppo di medici e personaggi dello spettacolo per chiedere al governo lo stop agli smartphone sotto i 14 anni, torna a farsi sentire, in questi giorni, la richiesta di una nuova stretta. All’epoca figuravano tra i promotori il pedagogista Daniele Novara, lo psicoterapeuta Alberto Pellai e gli attori Luca Zingaretti e Paola Cortellesi. Oggi a sostenere una nuova iniziativa, che ha già raggiunto quota 36 mila adesioni, è un gruppo di insegnanti. La proposta è il divieto di account social per gli under 16, motivato dai “effetti deleteri dell’uso precoce del telefono e dei vari social network” riscontrati tra gli studenti, come “ansia, fragilità emotiva e relazioni sempre più mediate da uno schermo”.

In Vallagarina, diversi istituti superiori hanno già introdotto da tempo il bando dei cellulari in aula, applicato con rigore variabile e con differenti modalità di deposito dei dispositivi in spazi dedicati, nell’ambito dei regolamenti interni sulla gestione dei device personali degli studenti.

Pioniere è stato l’istituto Don Milani, che dallo scorso anno scolastico ha previsto per tutte le classi, dalla prima alla quinta, il deposito dei telefoni in un armadietto.

“Si può dire che la norma sia acquisita – osserva la dirigente Maria Teresa Dosso – e la gestione è senz’altro meno faticosa. Qualche tentativo di eludere la regola può capitare, ma spetta ai docenti e a tutto il personale scolastico far rispettare le decisioni condivise. Arrivati ormai al secondo anno scolastico senza cellulare, rileviamo un clima sicuramente diverso: meno occasioni di distrazione, maggiore partecipazione alla didattica e, durante l’intervallo, i ragazzi si scambiano due chiacchiere, senza rimanere agganciati alle notifiche. Credo anche che l’ansia di cui a volte soffrono sia legata alla gestione, nel mondo reale, di emozioni e sconfitte alle quali sono poco abituati”.

Già prima dell’approdo alle superiori, una scuola media cittadina aveva introdotto il divieto in classe, addirittura prima della diffusione massiccia delle piattaforme per la didattica durante la pandemia. “Avevo stabilito il divieto già nel 2019 alle Negrelli – ricorda Daniela Depentori, oggi dirigente dell’ITT Marconi e allora alla guida delle medie di corso Bettini –. Funzionava, quindi decidemmo di non consentire l’uso del cellulare nemmeno durante le gite, così che i ragazzi vivessero appieno l’esperienza, senza un telefono in mano che di fatto li isola. La scelta fu condivisa con i genitori e con i rappresentanti degli studenti”.

Al Marconi, dove Depentori è dirigente da tre anni, il divieto è stato introdotto subito nelle prime classi ed esteso progressivamente fino a coprire l’intero quinquennio nell’anno in corso. “Negli anni di transizione i docenti notavano un clima d’aula molto diverso tra le classi ‘libere’ e quelle con divieto. Oggi vediamo un aumento dell’attenzione e una ripresa delle relazioni. Il cellulare viene riconsegnato agli studenti solo per la pausa pranzo; per il resto della giornata scolastica i dispositivi restano chiusi a chiave in un armadietto”.

“Anche da noi il cellulare in classe non può essere usato” conferma Giuseppe Santoli, dirigente dell’ITET Fontana. “Gli studenti che contravvengono alla regola sono invitati a consegnare il dispositivo al docente, che poi lo porta in presidenza. Al termine delle lezioni viene restituito, con l’assegnazione di una nota sul registro elettronico che incide sulla valutazione della capacità relazionale e di educazione civica e alla cittadinanza. Credo però che la scuola non possa e non debba svolgere funzioni di custodia dei cellulari o di repressione. Servono risorse e politiche educative adeguate, coinvolgendo sempre le famiglie”.

Sulla stessa linea il liceo delle arti Depero. “Certo, anche nella nostra scuola i ragazzi depositano lo smartphone in un contenitore in aula – spiega la dirigente Daniela Simoncelli. L’uso del cellulare si è sviluppato in modo esagerato e obiettivamente sta condizionando molto le relazioni tra i ragazzi. Gli studenti faticano a socializzare e, di conseguenza, aumentano gli atteggiamenti di chiusura. È vero anche che, se opportunamente utilizzato, è uno strumento utile per studio e lavoro. Regolamentare serve, ma accanto alla parola ‘divieto’ deve esserci la parola ‘educazione’. Vietare fino ai 14 o ai 16 anni sposta solo il problema: penso piuttosto che gli adulti, in famiglia e a scuola, debbano educare all’uso consapevole del telefono. E a volte, a dire il vero, i primi a dover essere educati sono proprio gli adulti”.phone

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