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16.02.2026 - 11:36
Foto di repertorio
«Non è una bandiera, è una questione di verità». Con queste parole Paolo Bonafè, coordinatore comunale dell’Unione di Centro, interviene nel dibattito sul riconoscimento di Venezia come città capitale in Costituzione, con un rango analogo a quello di Roma.
Il tema, sottolinea Bonafè, non riguarda un simbolo ma strumenti concreti. «Venezia vive in una precarietà finanziaria permanente. La Legge Speciale è stata importante, ma dipende da rifinanziamenti incerti. Non si può programmare il futuro di una città millenaria con logiche una tantum».
Secondo il coordinatore UDC, il nodo è strutturale: Venezia sostiene costi che nessun altro Comune affronta nelle stesse condizioni. Dal trasporto pubblico di navigazione alla raccolta rifiuti nel centro storico, dalla manutenzione di rive e ponti alla gestione di grandi eventi e flussi turistici internazionali. «È pensabile che la navigazione lagunare sia trattata come una linea autobus qualsiasi? È giusto che la Tari pesi quasi esclusivamente sui residenti quando la città ospita milioni di visitatori l’anno?».
L’ipotesi avanzata è quella di una autodeterminazione finanziaria più ampia: compartecipazione all’Iva generata in città, trattenimento di quote Imu sugli immobili produttivi, gestione piena del contributo d’accesso. «Non è una fuga in avanti – sostiene Bonafè – ma una richiesta di coerenza. Se Venezia genera ricchezza per il Paese, una parte stabile di quel gettito deve restare qui».
Il passaggio chiave sarebbe culturale prima ancora che economico: superare la gestione dell’emergenza e avviare una pianificazione pluriennale. Trasporti sostenibili, manutenzioni sistematiche, sicurezza urbana e accesso ai fondi europei richiedono entrate prevedibili. «Meno rincorse, meno alibi, più responsabilità. Se hai più poteri e più risorse, sei anche più giudicabile».
Bonafè richiama inoltre il voto unanime del Consiglio comunale sull’ordine del giorno presentato da Deborah Onisto, definendolo «un segnale politico forte». A suo avviso, la specificità veneziana – dalla gestione delle acque interne alla regolazione del diporto commerciale, fino al governo dei flussi turistici in un tessuto urbano fragile – rende inadeguati gli strumenti ordinari.
«Non è una questione ideologica, ma di adeguatezza degli strumenti. Venezia è diversa e deve poterlo essere fino in fondo».
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