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Disturbi alimentari sempre più precoci: primi casi già a 10 anni

Il Centro di Trento segue circa 300 pazienti l’anno. L’esperta Esposito avverte: molti casi restano sommersi e l’età di esordio continua a scendere

Disturbi alimentari sempre più precoci: primi casi già a 10 anni

Foto di repertorio

I disturbi del comportamento alimentare colpiscono sempre più spesso bambini e preadolescenti. I primi segnali possono comparire già intorno ai 10 anni e il fenomeno appare in crescita. A lanciare l’allarme è Eleonora Esposito, direttrice facente funzioni del Centro per i disturbi del comportamento alimentare dell’Azienda sanitaria di Trento, in vista della Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla dedicata alla sensibilizzazione su anoressia, bulimia e altre patologie correlate.

Attualmente il Centro segue circa 300 persone all’anno. La maggior parte dei pazienti è affetta da anoressia nervosa, mentre la bulimia è meno diffusa. L’incidenza risulta nettamente più alta tra le ragazze: il rapporto tra femmine e maschi è di nove a uno. Negli ultimi anni, tuttavia, il dato che preoccupa maggiormente riguarda l’abbassamento dell’età di esordio, che secondo gli specialisti è scesa fino ai 10 anni.

Secondo Esposito, tra i fattori che potrebbero contribuire a questo fenomeno vi sarebbero l’anticipazione della pubertà e una maggiore esposizione dei più giovani ai social network e alle pressioni sociali, che possono agire come elementi stressanti.

I numeri complessivi, inoltre, risultano in aumento. Dopo la pandemia di Covid si è registrata una crescita di circa il 30% dei casi, anche se non è possibile attribuire l’incremento esclusivamente all’emergenza sanitaria. L’esperta sottolinea come il problema sia comunque in forte espansione, sia per la maggiore consapevolezza pubblica sia per l’aumento del disagio psicologico tra i giovani. Nella fascia tra i 12 e i 19 anni, infatti, i disturbi alimentari rappresentano la seconda causa di morte.

Le cause di queste patologie sono molteplici. Il disturbo, spiegano gli specialisti, nasce da un’alterata percezione della propria immagine corporea e da un rapporto disfunzionale con cibo e peso. Tuttavia, dietro a questi comportamenti si intrecciano fattori psicologici, familiari e ambientali, oltre a eventi stressanti. Non esiste dunque una sola causa che determini l’insorgenza della malattia.

Un ruolo rilevante è attribuito anche agli stereotipi estetici e ai modelli di perfezione diffusi nella società contemporanea e amplificati dai social media. Questi messaggi, osserva Esposito, raggiungono spesso ragazze molto giovani che non hanno ancora sviluppato pienamente la propria identità e autostima. Se negli anni Novanta le stesse pressioni culturali erano presenti, i bambini risultavano però meno esposti e maggiormente protetti dall’ambiente familiare. Oggi, invece, i minori hanno accesso precoce agli strumenti digitali e ai contenuti online. Per questo motivo, secondo l’esperta, non si tratta di demonizzare il mondo dei media, ma di guidarne l’utilizzo e restituire alle famiglie un ruolo centrale nell’accompagnare i figli.

Non tutti i casi, tuttavia, arrivano all’attenzione dei servizi sanitari. Il Centro di Trento si occupa principalmente di anoressia e bulimia, mentre negli ultimi anni la comunità scientifica ha riconosciuto come diagnosi specifiche anche altri disturbi, come il “binge eating” — caratterizzato da abbuffate incontrollate — e l’Arfid, legato al rifiuto o alla forte limitazione del cibo. L’inclusione sistematica di queste diagnosi nei percorsi di cura potrebbe far emergere un aumento stimato tra il 30 e il 35% dei casi.

Secondo Esposito, il numero reale di persone affette potrebbe essere persino superiore. Anche la conformazione geografica del territorio rappresenta un ostacolo: per chi vive nelle zone più lontane della provincia raggiungere Trento non è sempre semplice. Per questo l’Azienda sanitaria sta lavorando alla creazione di una rete con i pediatri di libera scelta, con l’obiettivo di favorire un’individuazione più precoce dei disturbi.

L’estensione della presa in carico anche ai nuovi disturbi comporterà inevitabilmente uno sforzo organizzativo. All’interno dell’azienda sanitaria è in programma un confronto per valutare come strutturare questo ampliamento dei servizi, anche se l’organizzazione completa del nuovo sistema difficilmente potrà essere pronta prima del 2027.

Nel percorso di cura il ruolo delle famiglie è fondamentale. Gli specialisti spiegano che il primo passo consiste nel riconoscere il problema e non ignorarlo. In caso di dubbio, è sempre opportuno chiedere una valutazione. Durante la terapia, soprattutto quando si tratta di minorenni, genitori e fratelli diventano parte attiva del trattamento, poiché l’ambiente familiare è quello in cui il giovane continuerà a vivere e confrontarsi. È importante comprendere che si tratta di una patologia e non di un capriccio.

Alcuni segnali possono aiutare a cogliere il problema. Nel caso della bulimia, ad esempio, la presenza improvvisa di grandi quantità di cibo consumate in poco tempo può rappresentare un campanello d’allarme.

Il trattamento dei disturbi alimentari richiede un approccio multidisciplinare. Nel percorso terapeutico lavorano insieme dietisti, psicologi, psichiatri e pediatri, mentre a breve verrà coinvolta anche la figura del neuropsichiatra infantile. Queste patologie, infatti, possono avere conseguenze rilevanti sulla salute fisica nel medio e lungo periodo: la malnutrizione grave può compromettere la funzionalità cardiaca ed endocrina, oltre a incidere sul benessere delle ossa e sull’equilibrio psicologico. Un intervento tempestivo e coordinato risulta quindi fondamentale per prevenire complicazioni anche molto gravi.

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