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Screening mammografico, il PD attacca: Trentino fermo al passato

Parolari critica la mancanza di trasparenza: cresce la polemica sul modello adottato dalla Provincia

La consigliera Francesca Parolari

La consigliera Francesca Parolari

Il sistema di screening mammografico in Trentino finisce al centro delle critiche politiche e istituzionali. Nonostante gli impegni assunti dal Consiglio provinciale con la mozione 32/XVII, la risposta fornita da Piazza Dante il 12 marzo 2026 ha confermato il mantenimento del modello centralizzato su Trento e Rovereto, spegnendo le aspettative di riforma.

Un assetto che, se nel 2014 rappresentava una scelta coerente con i costi elevati delle tecnologie di tomosintesi (DBT), oggi appare superato alla luce dell’evoluzione tecnologica e del rafforzamento della medicina territoriale. Secondo le critiche, sarebbe ormai necessario un ripensamento capace di coniugare innovazione e accessibilità.

Al centro della polemica c’è anche la mancanza di dati dettagliati. La Giunta provinciale, accusata di rifugiarsi dietro generiche “evidenze scientifiche” e “linee guida”, viene incalzata dalla consigliera Francesca Parolari, che ha presentato una nuova interrogazione.

Tra le richieste principali figurano i dati analitici degli ultimi dieci anni, i tassi di adesione allo screening e gli esiti suddivisi per singole Comunità di Valle. Il timore è che il modello centralizzato possa aver ridotto la partecipazione, soprattutto nelle aree più lontane dai centri principali.

Le criticità emergono con forza nelle valli trentine. Per molte donne residenti nei paesi, sottoporsi a una mammografia a Trento o Rovereto comporta la perdita di un’intera giornata tra spostamenti e visita.

Una difficoltà che incide in modo particolare sulla fascia d’età tra i 45 e i 49 anni, proprio quella su cui si punta per rafforzare la prevenzione. Da qui l’accusa di creare, di fatto, una disparità tra cittadine: chi vive vicino ai centri urbani e chi invece risiede in aree montane.

Nel mirino finisce anche l’utilizzo delle Case della Comunità, strutture nate con i fondi del PNRR per avvicinare i servizi sanitari ai cittadini. Secondo l’interrogazione, presidi come Malé, Cles, San Giovanni di Fassa, Predazzo, Borgo e Primiero restano esclusi dal piano di screening, nonostante potrebbero ospitare tecnologie di prossimità o unità mobili.

La Provincia è ora chiamata a rispondere su diversi fronti: dall’andamento dell’adesione allo screening prima e dopo la centralizzazione, all’effettivo utilizzo dei servizi di trasporto messi a disposizione per le pazienti, fino all’impatto reale della tomosintesi sugli esiti clinici.

Non meno rilevante il tema dei costi sociali: resta da chiarire se siano stati valutati gli effetti economici per le donne, tra permessi lavorativi e spese di viaggio.

“La prevenzione salva vite solo se è accessibile: se l’esame è difficile da raggiungere, le persone rinunciano”, è la posizione espressa dalla consigliera Parolari, che invita la Giunta a rivedere un modello ritenuto ormai inadeguato.

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