Dietro la facciata di una chiesa, poco prima delle 21, un 13enne è finito a terra, circondato da sei coetanei più grandi. A Verona, l’11 luglio, quel “sei contro uno” avrebbe preso la forma di calci, pugni, un colpo di chiave inglese e un’umiliazione estrema: costringerlo a inginocchiarsi e baciare i piedi degli aggressori. Oggi la madre ha rotto il silenzio: “Voglio giustizia per mio figlio. Da quel giorno vive nel terrore”. La denuncia è stata presentata ai carabinieri giovedì 21 agosto; il fascicolo è ora sul tavolo del tribunale per i minorenni.
Secondo quanto ricostruito nella
denuncia, il
13enne sarebbe stato aggredito a
Verona l’11 luglio, in un’area dietro una
chiesa. La violenza sarebbe maturata in due tempi: un primo incontro con insulti e atti molesti, poi l’appuntamento del giorno successivo per delle presunte “scuse” rivelatesi, invece, una trappola.
“La mamma si è rivolta ai
carabinieri e ha
denunciato l’aggressione: voglio giustizia per mio figlio. Ora vive nel terrore”, afferma la donna, con voce rotta. Spiega di aver saputo dell’episodio solo di recente, grazie a un’amica che, non vedendo più il ragazzo in città, ha cercato di contattarla. Il figlio, dice, è emotivamente sensibile e in passato sarebbe stato
bullizzato. È in cura per
distimia, condizione che comporta depressione cronica, ed è tutelato dalla
legge 104.
- Primo episodio: il
13enne stava andando al parco con amici quando un gruppo di ragazzi lo avrebbe bloccato, gettandogli fumo negli occhi e insultandolo con epiteti come “ciccione” e “grasso”. Dopo richieste ripetute di smetterla, il gruppetto sembrava aver desisitito. - Il giorno dopo: gli stessi sei lo avrebbero contattato con telefonate e messaggi, promettendo scuse. All’appuntamento, invece, secondo la querela, lo avrebbero minacciato e colpito con
calci e
pugni, nonché con una
chiave inglese su costole e braccia. Poi l’avrebbero costretto, sotto minaccia di morte, a inginocchiarsi e baciare i piedi, senza scarpe, di ciascuno di loro.
L’escalation si sarebbe fermata grazie a una donna di passaggio. Un gesto di civiltà che, stando agli atti, avrebbe evitato che l’aggressione degenerasse ulteriormente. Il ragazzo è tornato a casa senza recarsi al pronto soccorso e senza dire nulla ai genitori, temendo ritorsioni.
Giovedì 21 agosto la
madre ha sporto
denuncia ai
carabinieri, oltre un mese dopo i fatti. La querela riguarda i presunti reati di minaccia, percosse e violenza privata. Nella verbalizzazione si specifica la
vulnerabilità del minore e il suo inserimento in percorsi di cura. La
madre, nel frattempo, ha cercato di identificare i presunti autori per chiedere spiegazioni.
I protagonisti indicati nella
denuncia sarebbero tutti
minorenni, tra i 13 e i 17 anni. La loro posizione verrà valutata dall’
autorità giudiziaria minorile, che dovrà stabilire se proseguire con le indagini, disporre approfondimenti, accertamenti peritali o archiviare.
Il ragazzo è seguito da specialisti per una condizione psico-comportamentale diagnosticata dopo un percorso ospedaliero. La presenza di
distimia e la tutela della
legge 104 non sono un’etichetta, ma un contesto che impone un supplemento di
responsabilità a chi lo circonda. Nel racconto emerge la frattura emotiva: “da quel giorno vive nel terrore e ha paura di uscire”, ripete la
madre.
Il tribunale per i minorenni dovrà decidere la strada: eventuale rinvio a giudizio, misure alternative, percorsi di responsabilizzazione o archiviazione. In ogni scenario, l’ascolto del minore, la tutela della sua sicurezza e il sostegno psicologico restano prioritari, così come la verifica delle responsabilità dei presunti aggressori e l’eventuale coinvolgimento delle famiglie e dei servizi.