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Padova, “Un suicidio annunciato”: il grido d’allarme dal carcere

Ornella Favero (Ristretti Orizzonti): “Quando si toglie ogni speranza, le persone crollano”

A Padova arrivano le “stanze dell’amore” in carcere: il Due Palazzi avvia la sperimentazione

Foto di repertorio

«Non è stato un suicidio procurato, ma un suicidio annunciato». Con queste parole dure e cariche di dolore Ornella Favero, storica voce dell’associazione Ristretti Orizzonti, commenta la morte di un detenuto di 73 anni, avvenuta dopo un improvviso trasferimento che ha spezzato un fragile ma fondamentale equilibrio costruito nel tempo.

Secondo Favero, la tragedia è maturata in un contesto che ha progressivamente svuotato la persona di ogni prospettiva. «Parliamo di un uomo anziano – spiega – che qui aveva trovato una piccola normalità: relazioni, volontari, una rete umana che cercava di restituirgli dignità. Non aveva una famiglia, ma aveva noi. Quando da un giorno all’altro gli si dice di raccogliere le proprie cose in sacchi della spazzatura e partire, il messaggio è devastante: non vali nulla».

Un trattamento che, secondo la volontaria, lascia segni profondi soprattutto nelle persone più fragili. «Non mi sono stupita di quello che è accaduto – confessa – anche se il dolore resta immenso. Sono persone, non oggetti. Dopo tanti anni di detenzione, vedere distrutto in poche ore ciò che avevano costruito significa perdere completamente il senso del futuro».

La preoccupazione si estende anche ad altri detenuti trasferiti, molti dei quali facevano parte dello stesso percorso. «Ho sentito le mogli, disperate – racconta Favero – perché qui avevano trovato una situazione accettabile, umana. Ora temono per i loro mariti. È una condizione di totale assenza di speranza».

Favero chiarisce che nessuno intende minimizzare i reati commessi: «Parliamo di persone condannate per criminalità organizzata, che hanno fatto molto male. Nessuno lo nega. Ma quei fatti risalgono a venti, trenta, quarant’anni fa. Nel frattempo molti hanno intrapreso un percorso di cambiamento, cercando di vivere in modo dignitoso e di riparare, per quanto possibile, agli errori commessi».

Il richiamo è diretto ai principi costituzionali: «La Costituzione non esclude nessuno dalla possibilità di rieducazione e reinserimento. Non dice “tutti tranne qualcuno”. A un certo punto bisogna smettere di vedere solo il reato e tornare a vedere la persona».

Secondo Favero, trattare i detenuti come scarti da spostare in fretta equivale a negarne l’umanità: «Mettere la loro vita in sacchi dell’immondizia e spedirli via significa dire che non valgono nulla. E quando una persona sente questo, il rischio è che smetta di resistere».

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