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cronaca
09.04.2026 - 08:51
Foto di repertorio
Una violenza cieca, consumata nella notte e per motivi futili, si è conclusa in tribunale con due condanne a quattro anni di reclusione ciascuno. È l’epilogo giudiziario dell’aggressione avvenuta il 18 luglio 2021 davanti a un locale di via Untervegher, nella zona nord della città, dove un giovane di 25 anni fu ridotto in fin di vita.
A patteggiare la pena sono stati un 28enne trentino e un 40enne di origine tunisina, entrambi già noti alle forze dell’ordine. I due erano stati arrestati e condotti nel carcere di Spini di Gardolo, per poi tornare in libertà. Il giudice per l’udienza preliminare, Gianmarco Giua, ha ratificato nei giorni scorsi l’accordo tra accusa e difesa. Per il più giovane è stata concessa la detenzione domiciliare sostitutiva, con obbligo di permanenza in casa per almeno dodici ore al giorno.
Secondo la ricostruzione della Procura, supportata dalle indagini della squadra mobile, quella notte i due imputati — insieme ad altri soggetti mai identificati — si accanirono contro la vittima con estrema ferocia: schiaffi, pugni e calci, soprattutto alla testa, fino al gesto più violento, quando un monopattino in ferro venne scagliato contro il capo del giovane. Un’aggressione che gli causò una grave frattura cranica, rendendo necessario un intervento chirurgico d’urgenza all’ospedale Santa Chiara e un ricovero in rianimazione durato quasi due mesi, durante i quali rimase in coma.
Determinante per l’identificazione dei responsabili è stata la testimonianza di un presente e l’analisi dei profili social degli imputati. I due, pur ammettendo di essere stati sul posto, hanno negato di aver materialmente colpito la vittima, sostenendo di aver fatto parte del gruppo senza partecipare direttamente al pestaggio. Una linea difensiva che non ha escluso, tuttavia, la responsabilità per concorso nell’aggressione.
Alla base del violento episodio, secondo l’accusa, ci sarebbe un debito di appena 50 euro, probabilmente legato al mondo della droga. Una somma irrisoria che avrebbe scatenato una reazione sproporzionata e devastante.
A soccorrere il giovane fu il fratello, che inizialmente lo credette ubriaco, salvo poi rendersi conto della gravità della situazione e accompagnarlo d’urgenza al pronto soccorso. Dopo le dimissioni, la vittima ha dovuto affrontare un lungo percorso di riabilitazione. Oggi ha 30 anni, ma ha scelto di non costituirsi parte civile nel processo e non ha ricevuto alcun risarcimento: nessuna offerta economica è stata avanzata dagli imputati.
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