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La Passione di Cristo del Pavin rivive dopo 400 anni a San Vendemiano, la Domenica delle Palme

Nel ventennale della messa in scena della compagnia teatrale Va’ Pensiero di Tombolo, il testo seicentesco torna vivo tra suggestioni caravaggesche e musica contemporanea: dopo l’approdo simbolico all’Aquila, domenica l’ultima replica del 2026.

La Passione di Cristo del Pavin rivive dopo 400 anni a San Vendemiano (TV)

Una scena evocativa della Passione del Pavin, a cura della compagnia Va' Pensiero: Caifa interroga Gesù dopo il suo arresto, già cinto della corona di spine. Il tutto in un denso blu caravaggesco.

Domenica, nella sera delle Palme, San Vendemiano, nel trevigiano, ospita l’ultima replica dell’anno de “La Passione di Giesù Christo Redentor del mondo”, nel ventennale della sua rinascita contemporanea firmata dalla compagnia Va’ Pensiero e dalla profonda ispirazione del suo regista, Ermanno Reffo. Un appuntamento che segna la chiusura del ciclo 2026, ma non certo della storia di questo spettacolo, che continua a rinnovarsi. Arriva, inoltre, dopo un passaggio altamente simbolico: la settimana scorsa la rappresentazione è approdata all’Aquila, sulla scalinata della quattrocentesca basilica di San Bernardino, in una città designata Capitale italiana della cultura 2026. Una passione del Seicento che continua a parlare al presente, trovando nuovi luoghi e nuovi sguardi.

Tempo di Pasqua, tempo di sacre rappresentazioni. Ma quella riproposta da Va’ Pensiero è qualcosa di più di una tradizione: è una vera operazione di recupero storico e culturale, iniziata nel 2006 dal regista Ermanno Reffo, anima creativa della compagnia di Tombolo. Fu allora che, quasi per intuizione — lui stesso parla di ispirazione — riemerse da una biblioteca di famiglia un testo del 1674, scritto dall’agostiniano Fra Domenico Pavin, legato all’area tra Cittadella e Tombolo.

Il valore dell’opera sta già nella sua concezione: Pavin costruisce una narrazione che è insieme teatro e catechesi, scegliendo di mettere al centro non solo la Passione di Cristo, ma il dramma umano del libero arbitrio attraverso le figure di Giuda e Pietro. Due traiettorie opposte: il primo incapace di convertirsi, sedotto dal demonio — presenza concreta sulla scena —; il secondo segnato dal tradimento ma capace di pentimento, fino a diventare guida della cristianità. Una lettura che restituisce profondità morale e psicologica, rendendo il testo sorprendentemente attuale.

Non è un caso che per quasi quarant’anni lo stesso Pavin portò in scena questa rappresentazione con attori di Tombolo, attraversando la Repubblica di Venezia e ottenendo riconoscimenti da autorità ecclesiastiche. Un’opera che conserva anche un primato raro: tutti gli interpreti sono citati, uno per uno, con nome, cognome e ruolo.

Ermanno Reffo, raccogliendo questa eredità, ha scelto di non limitarsi a una riproposizione filologica. La sua regia è un dialogo tra epoche: le parole del Seicento si intrecciano con una sensibilità contemporanea, anche grazie a un’iniziale ispirazione al Poema della Croce di Alda Merini. Di quell’idea resta soprattutto l’intensità del rapporto tra Maria e il Figlio, tratteggiato con una dimensione carnale e profondamente emotiva.

Nel tempo, la messa in scena si è evoluta, stratificando linguaggi e suggestioni: dalle musiche di Giuni Russo e Franco Battiato fino agli echi dei Pink Floyd e a “Lazarus” di David Bowie. Ma è soprattutto l’impianto visivo a colpire: un gioco di luci e posture dichiaratamente ispirato a Caravaggio, nei rossi, nei blu, nei bruni e in quei chiaroscuri che scolpiscono i corpi e trasformano ogni quadro in pittura vivente. La scena diventa così una sequenza di tele, dove il sacro si fa materia e il dolore prende forma.

In vent’anni, lo spettacolo ha attraversato alcuni dei luoghi più suggestivi del Veneto — dal Tempio Canoviano di Possagno a Villa Emo Capodilista, fino alla città murata di Cittadella — senza mai perdere la sua natura itinerante. E proprio questa vocazione lo ha portato, la scorsa settimana, oltre i confini regionali, fino all’Aquila.

Qui, sulla scalinata della basilica di San Bernardino, la rappresentazione ha assunto un significato ulteriore. Non solo per il legame ormai consolidato con la comunità locale — anche grazie a figure come don Dante Di Nardo e Anna Rita Silvani, storica interprete della Madonna — ma per il contesto simbolico: una città ferita e rinata, proiettata verso il 2026 come Capitale italiana della cultura. In questo scenario, una passione del Seicento riportata alla luce diventa ponte tra memoria e futuro.

Dopo questa tappa, il ritorno in Veneto ha il sapore di una missione che si chiude (almeno per questo 2026), di un ritorno a casa. Domenica 29 marzo, alle 20.30, sulla spianata davanti al municipio di San Vendemiano, lo spettacolo chiuderà il ciclo annuale, come da tradizione, alla vigilia della Settimana Santa. Un luogo caro alla compagnia, quasi una casa teatrale, dove il pubblico potrà ritrovare un’opera che, dopo quattro secoli, continua a interrogare e a emozionare.

E mentre si conclude questo ventesimo anno di rappresentazioni di questa suggestiva Passione di Crito, lo sguardo resta aperto. Perché la storia di questo testo, fedele alla sua origine itinerante, non sembra destinata a fermarsi, ma piuttosto a cercare ancora nuovi spazi, nuovo pubblico e nuove possibilità di ispirare e di trasformare da dentro chi verrà a vederla. 

La locandina del doppio appuntamento con la Sacra Rappresentazione del Pavin: sabato 21 marzo scorso all'Aquila e questa Domenica a San Vendemiano

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