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Decadenza sindaco
13.02.2026 - 08:43
Lo scenario più complesso, alla fine, si è avverato. Nella seduta di martedì 10 febbraio, il consiglio comunale di Castelfranco ha bocciato la decadenza di Stefano Marcon dalla carica di sindaco. A pronunciarsi sarà ora la Prefettura di Treviso, chiamata a dirimere un caso che rappresenta, probabilmente, un unicum a livello nazionale. La mancata approvazione è l’esito di una procedura nata dopo le elezioni regionali del novembre 2025, che hanno visto il primo cittadino accedere al Consiglio regionale grazie al voto di oltre cinquemila trevigiani. L’ingresso di Marcon a Palazzo Ferro-Fini ha infatti fatto scattare la questione dell’incompatibilità prevista dal Testo unico degli enti locali, che vieta di ricoprire contemporaneamente le cariche di sindaco e consigliere regionale.
Il sindaco che intende mantenere la carica di consigliere in Regione ha due strade: le dimissioni da primo cittadino, che porterebbero al commissariamento del Comune con il contestuale scioglimento di consiglio e giunta, o la procedura di decadenza, che permette il passaggio delle funzioni al vicesindaco fino alle nuove elezioni.
La legge stabilisce un iter preciso per la decadenza, che prevede tre passaggi in consiglio comunale: dapprima la contestazione formale dell’incompatibilità, poi la presa d’atto delle cause con l’invito a rimuoverle e, infine, la votazione sulla decadenza vera e propria. Oltre a Marcon, nella Marca si sono registrati altri casi di decadenza di sindaci, riguardanti Rossella Cendron a Silea e Paola Roma a Ponte di Piave, le cui decadenze sono state approvate senza difficoltà grazie a maggioranze consiliari solide.
Diversa, invece, la situazione a Castelfranco, dove la questione si è rivelata più complessa per l’equilibrio numerico dell’aula. Dal 2023 la maggioranza si regge infatti su un unico voto di scarto, quello del sindaco. Con l’avvio del procedimento di decadenza, Marcon ha cessato di partecipare alle sedute del consiglio, determinando un’anomala parità tra opposizione e maggioranza, rendendo di fatto quest’ultima non più autosufficiente. In queste condizioni, nessuna delibera può essere approvata se tutta l’opposizione vota contro, a meno che non intervenga almeno un’astensione o un voto favorevole dai banchi di minoranza, eventualità che non si è verificata il 10 febbraio, quando con dodici voti favorevoli e dodici contrari il consiglio non ha approvato la decadenza del sindaco. Preso atto dell’esito, Stefano Marcon ha dichiarato di non dimettersi dalla carica di sindaco e di rimettersi invece agli organi deputati al controllo, a partire dalla Prefettura. Nel frattempo, anche il Consiglio regionale potrebbe attivarsi per contestare formalmente l’incompatibilità tra le due cariche, anche se lo stesso Marcon ha già ribadito la volontà di rimanere tra gli scranni veneziani.
La mancata approvazione non è stata esente da polemiche politiche. La maggioranza di centrodestra accusa le opposizioni di non agire per il bene della città e di invocare un commissariamento che, a loro giudizio, non porterebbe alcun vantaggio ai cittadini. "L’aver votato contro non produce effetti, ma delega altre istituzioni a intervenire – commenta Luciano Dussin, capogruppo della Lega –. Nell’ultimo consiglio c’è stata una prova muscolare che ha creato disagio anche tra gli stessi componenti delle opposizioni, perché è stata ribadita la convinzione di qualcuno di dover esercitare il proprio ruolo contro chi governa la città, invece di mettersi a disposizione della comunità. Questi arroccamenti sterili provocano solo ritardi amministrativi per un paio di mesi".
Sulla stessa linea anche Guido Rizzo di Fratelli d’Italia: "Mi rammarica l’atteggiamento di chi ignora una causa di incompatibilità dopo ben due votazioni favorevoli, peraltro auspicando un commissariamento piuttosto che la ricerca di una sintesi in consiglio per il bene della comunità. Vedremo cosa deciderà il prefetto, ma è chiaro che, proseguendo su questa strada, si sta causando un danno alla città".
Leonardo Sernagiotto
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