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Sicurezza del Territorio
04.02.2026 - 10:31
Trivelle
I Consorzi di bonifica, chiedono valutazioni scientifiche e garanzie prima di qualsiasi nuova estrazione. Subsidenza, sicurezza idraulica e costi strutturali al centro del confronto. Prevista il 21 febbraio ad Adria una manifestazione “No trivelle”
La possibile riattivazione delle estrazioni di idrocarburi in Veneto, e in particolare nel Polesine, sta ricompattando un fronte ampio e trasversale che va dalle istituzioni regionali agli enti locali, dai Consorzi di bonifica alle associazioni agricole fino ai comitati ambientalisti. Al centro del confronto c’è una ferita mai rimarginata: la subsidenza prodotta dalle estrazioni di gas metano del secolo scorso e le conseguenze che ancora oggi condizionano la sicurezza idraulica e lo sviluppo del territorio.
A esprimere una netta contrarietà è ANBI Veneto, che richiama la necessità di fondare ogni scelta su basi scientifiche solide e su valutazioni indipendenti. «ANBI Veneto esprime la propria contrarietà riguardo la possibilità di ravviare le estrazioni di idrocarburi nel territorio regionale e soprattutto nel Polesine. Non comprendiamo come lo Stato, dopo aver riconosciuto il rapporto tra subsidenza e prelievi di gas metano, aver bloccato le estrazioni e aver addirittura stanziato finanziamenti per mitigare i danni, pensi a riattivare le concessioni senza valutazioni scientifiche sugli effetti a medio e lungo termine», afferma Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto.
Il riferimento è a un fenomeno storico ampiamente documentato. Tra il 1938 e il 1964 l’estrazione di metano nel Polesine e nelle aree limitrofe ha generato un fenomeno di subsidenza indotta senza precedenti. In un territorio dalla struttura geologica fragile, i prelievi hanno prodotto cedimenti del suolo superiori al metro e, in alcune aree, oltre i tre metri, alterando in modo permanente il delicato equilibrio tra pianura, falde e mare.
L’abbassamento del terreno ha ampliato le aree esposte ad allagamenti e infiltrazioni saline, compromettendo la rete idraulica, le infrastrutture e le attività agricole. Oggi il Polesine risulta mediamente soggiacente di circa due metri rispetto al livello del mare e dipende integralmente dal funzionamento continuo degli impianti idrovori per lo scolo delle acque e dagli impianti di derivazione per l’irrigazione e l’approvvigionamento idrico.
Una condizione che comporta costi strutturali elevatissimi. «Il Polesine, e il Delta del Po in particolare, sostengono importanti costi energetici che arrivano a incidere fino a un terzo dei propri bilanci per espellere attraverso le idrovore le acque dal piano campagna che già naturalmente soggiace al mare ma che sprofonda ulteriormente per i prelievi di metano avvenuti oltre 60 anni fa», prosegue Vantini.
Il quadro è confermato dal Consorzio di Bonifica Adige Po, che quantifica in circa 3,8 milioni di euro l’anno i costi energetici sostenuti, pari a circa il 25% del bilancio consortile. Un peso che rappresenta l’eredità diretta dei cedimenti del passato. Nel tempo, lo Stato ha sostenuto solo parzialmente i costi derivanti dalle opere necessarie per compensare i cedimenti, mentre la quota maggiore del peso economico grava oggi sulla contribuenza privata.
Sul piano normativo, il legame tra estrazioni e subsidenza era stato riconosciuto con il blocco delle attività nelle aree già danneggiate e con lo stanziamento di risorse dedicate. La Legge 205/2017 ha finanziato tra il 2018 e il 2024 interventi essenziali per la sicurezza idraulica, ma la mancata proroga di quei fondi rischia ora di interrompere opere strategiche, proprio mentre il cambiamento climatico amplifica la frequenza e l’intensità degli eventi estremi.
Il Consorzio di Bonifica Adige Po invita a evitare letture ideologiche e a mantenere il confronto su un piano tecnico e responsabile. «Il nostro territorio ha già pagato un prezzo altissimo. Non siamo chiamati a uno scontro ideologico, ma a un esercizio di responsabilità: ragionare su energia, sviluppo e sicurezza idraulica partendo dai dati e dalle analisi tecniche. Il Polesine convive con effetti permanenti ed irreversibili che condizionano quotidianamente la vita delle comunità. La sicurezza idraulica rappresenta la base di qualunque prospettiva di crescita», afferma il presidente Roberto Branco.
A rafforzare il fronte del no arrivano anche le parole di Roberto Marcato, consigliere regionale e presidente della Terza Commissione consiliare permanente del Veneto, nonché ex assessore regionale allo Sviluppo economico, che ribadisce il suo «secco no» a nuove estrazioni, anche in risposta alle pressioni di Confindustria Veneto. «Parliamo di un territorio fragile, che va tutelato, non sacrificato in nome di una presunta autonomia energetica», sottolinea Marcato.
Vanni Destro, portavoce della Rete dei Comitati No trivelle, evidenzia il valore di una reazione ampia degli ambientalisti: «Vedere una generale e trasversale levata di scudi che va dalla Regione agli amministratori locali passando per le associazioni agricole e i Consorzi di bonifica contro tale ipotesi, non può altro che soddisfarci e farci pensare di aver ben seminato negli anni nel creare una coscienza civile in difesa del territorio che auspichiamo si riverberi anche verso altre minacce portate in Polesine all'ambiente e alla salute. Saremo in prima linea in ogni iniziativa contro queste minacce. Chiediamo rispetto per il Polesine e per chi ci vive».
La contrarietà alle trivellazioni si traduce anche in atti formali. Nel Delta del Po, due amministrazioni di centrodestra si stanno muovendo ufficialmente: il sindaco di Adria Massimo Barbujani e il capogruppo di maggioranza di Porto Tolle, Elia Gibin, hanno formalizzato una mozione contro le trivelle, che sarà portata nei rispettivi Consigli comunali. Un passaggio che rafforza il fronte del “Polesine No Trivelle” e conferma come il tema superi gli schieramenti politici. Prevista per il 21 febbraio ad Adria, su iniziativa del sindaco della città etrusca, una manifestazione No Trivelle
Il messaggio che arriva dal territorio è nella nota ufficiale del consorzio di bonifica Adige Po “La discussione sulle estrazioni non può prescindere dalla storia, dalla geologia e dalla realtà idraulica del Polesine. Non si tratta di opporsi in modo ideologico, di scegliere “contro” o “a favore”, ma di pretendere scienza, trasparenza e garanzie prima di compiere scelte che incidono sul futuro di un territorio già gravato da fragilità profonde”.
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