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13.01.2026 - 12:46
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“Fermate gli orologi, spegnete le stelle”: così iniziava l’appello lanciato dal movimento Venice for Palestine durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Sono passati quasi cinque mesi, e le immagini che arrivano dai territori palestinesi confermano un quadro drammatico: quasi 300 operatori dell’informazione palestinesi hanno perso la vita mentre cercavano di documentare la realtà quotidiana, e la cosiddetta “pace” sembra più un accordo tra potenze occidentali e arabe alleate che un reale percorso di giustizia.
A Gaza, sottolineano gli autori dell'appello, continuano a mancare cibo, medicine e aiuti umanitari, con 37 organizzazioni impossibilitate a operare dal 1° gennaio. In Cisgiordania, le incursioni dei coloni israeliani protetti dall’esercito stanno diventando sempre più letali, aggravate dall’arrivo dell’inverno.
Artisti, autori e lavoratori del cinema sottolineano l’urgenza di non distogliere lo sguardo dalla Palestina, ricordando che oggi parlarne significa confrontarsi con la repressione del dissenso e con la criminalizzazione di associazioni e attivisti. Molti governi europei, spiegano, hanno adottato una definizione di antisemitismo che rende difficile criticare le politiche del governo israeliano senza essere accusati di pregiudizio, complicando ulteriormente il dibattito pubblico e la libertà di parola.
Secondo Venice for Palestine, il cinema deve farsi mezzo di trasformazione e resistenza: raccontare le storie reali di chi vive sotto bombardamenti e occupazione è un modo per non cedere al silenzio e alle narrazioni capovolte. Opere come The Voice of Hind Rajab e With Hasan in Gaza, selezionate agli European Film Awards, rappresentano esempi concreti di questa testimonianza.
L’appello si rivolge a tutti coloro che parteciperanno alla cerimonia degli EFA a Berlino: premiati e presenti sul tappeto rosso sono invitati a prendere posizione contro l’occupazione, l’apartheid e le violenze, usando la propria arte per esprimere dissenso e solidarietà.
“Possiamo cominciare noi stessə a fare quello che i nostri governi non fanno”, scrivono, ricordando che il cinema europeo ha oggi l’occasione di far sentire voci scomode e portare attenzione su ciò che spesso viene taciuto.
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