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Memoria e responsabilità

Giornata della Memoria, 8mila ebrei italiani vittime della Shoah

Ricordare come responsabilità collettiva

Oggi è la Giornata della memoria, 8 mila gli ebrei italiani vittime dello sterminio

Foto di repertorio

«Non so cosa accadrà domani. Comunque sia, sono pronto a tutto. (…) La cosa peggiore di tutte è non sapere quando ritornerò e ti vedrò. In ogni caso, questa cartolina sarà il mio addio a te. Stai bene, Elsa, e resisti. Io ti ricordo. Se dovesse accadere qualcosa, vorrei che lì ci fosse una persona che ricordasse che una volta è vissuto qualcuno chiamato David Berger».

Vilnius, 2 marzo 1941.

È attraverso testimonianze come questa che la Giornata della Memoria, celebrata ogni 27 gennaio, assume tutto il suo significato. Una data scelta perché proprio il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, mostrando al mondo l’orrore dei lager nazisti e sancendo simbolicamente la fine dell’Olocausto.

I numeri della Shoah sono enormi, quasi impossibili da comprendere fino in fondo. Si stima che circa 8.000 ebrei italiani siano stati vittime dello sterminio. A questi si aggiungono oltre 10.000 deportati politici, tra 40.000 e 50.000 internati militari italiani morti nei campi di prigionia e più di 23.600 vittime delle stragi nazifasciste compiute sul territorio nazionale. Dietro ogni cifra, però, non c’è una statistica: c’è una storia, un volto, una voce come quella di David Berger.

Anche il Veneto porta con sé una memoria profonda. In totale furono 1.408 gli ebrei internati nella regione durante il periodo fascista: 615 nel Vicentino, 394 nel Trevigiano, 181 nel Bellunese, 121 nel Rodigino, 57 nel Padovano, 32 nel Veronese e 8 nel Veneziano.

La Giornata della Memoria non è solo un momento di commemorazione, ma un atto di responsabilità collettiva. Ricordare significa dare continuità a quelle voci che rischiavano di essere cancellate per sempre. Significa riconoscere che l’odio, l’indifferenza e la disumanizzazione non nascono all’improvviso: crescono nel silenzio e vanno combattuti ogni giorno.

Oggi, a più di ottant’anni di distanza, quelle parole scritte su una cartolina ci chiedono ancora una cosa semplice ma potentissima: ricordare. Perché qualcuno, un giorno, possa dire che David Berger – e con lui milioni di altre persone – non sono vissuti e morti invani.

Per questo, la memoria è un dovere.

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