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Avanguardia medica
30.01.2026 - 15:35
Mattia Veronese
Un contributo che parte dal Veneto e arriva a una delle più importanti riviste scientifiche internazionali apre nuove prospettive nello studio della schizofrenia. Una ricerca condotta dal King’s College di Londra in collaborazione con l’Università di Padova ha individuato un possibile nuovo bersaglio per affrontare i sintomi più invalidanti di questo disturbo psichiatrico.
Lo studio, pubblicato su «JAMA Psychiatry», fornisce per la prima volta una prova diretta: nelle persone con schizofrenia si registra un rilascio molto più elevato di serotonina nella corteccia frontale, un’area del cervello fondamentale per la motivazione, la capacità di pianificare e l’iniziativa personale. Proprio questo eccesso risulta strettamente collegato alla gravità dei cosiddetti sintomi “negativi”, come l’isolamento sociale, la perdita di interesse per la vita quotidiana e la mancanza di slancio, che rendono difficile il recupero e l’autonomia.
I ricercatori hanno esaminato 54 persone, di cui 26 affette da schizofrenia e 28 senza la malattia. Tutti sono stati sottoposti a due esami PET, una tecnica di imaging che consente di osservare dall’interno il funzionamento del cervello. Tra una scansione e l’altra è stata somministrata una singola dose di d-amfetamina, un farmaco che stimola indirettamente il rilascio di serotonina. Il confronto tra i due gruppi ha mostrato un aumento molto più marcato di questa sostanza nei pazienti, in particolare nella corteccia frontale, con un chiaro legame tra l’intensità del fenomeno e il livello di disabilità nella vita di tutti i giorni.
L’ipotesi che la serotonina abbia un ruolo nella schizofrenia circola da oltre sessant’anni, ma finora non era mai stata dimostrata direttamente su persone vive. I risultati indicano ora che intervenire sui meccanismi che regolano questo sistema potrebbe rappresentare una strada promettente per nuovi trattamenti.
Un ruolo di primo piano nello studio è stato svolto dall’Università di Padova. Il team del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, attivo da anni in collaborazioni internazionali nel campo delle malattie del cervello, ha contribuito in modo decisivo all’analisi dei dati. Grazie a strumenti informatici e statistici avanzati, i ricercatori padovani hanno aiutato a chiarire il rapporto tra l’azione del farmaco e le alterazioni osservate nel cervello dei pazienti.
«Questo lavoro dimostra quanto la ricerca medica di oggi sia sempre più interdisciplinare», spiega Mattia Veronese dell’Ateneo patavino. «L’analisi delle immagini cerebrali e l’uso di metodi statistici evoluti sono diventati essenziali per comprendere fenomeni complessi come quelli che stanno alla base dei disturbi psichiatrici».
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