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14.04.2026 - 12:48
Foto di repertorio
Non più solo stile di vita, ma vera e propria “prescrizione medica”. La dieta mediterranea entra ufficialmente nei percorsi di prevenzione e cura del sistema sanitario: a fare da apripista in Italia è l’Ulss 3 Serenissima, che ha messo a punto il primo Percorso primario diagnostico terapeutico assistenziale (Ppdta) interamente dedicato al modello alimentare simbolo della tradizione italiana.
Un cambio di paradigma che trasforma olio d’oliva, pesce, pasta, frutta, verdura e legumi in strumenti concreti di salute pubblica. Il progetto, coordinato dal geriatra Nicola Veronese, punta a colmare il divario tra evidenze scientifiche e pratica clinica quotidiana, traducendo le linee guida nazionali in un sistema organizzato e multidisciplinare.
Il nuovo percorso entrerà nella fase operativa entro un paio di mesi e coinvolgerà l’intera rete territoriale: ospedali, distretti, case della comunità, medici di famiglia e pediatri. Qui verrà monitorata l’adesione alla dieta mediterranea attraverso questionari digitali e strumenti di valutazione, con l’obiettivo di individuare precocemente i soggetti a rischio.
Chi risulterà distante da questo stile alimentare sarà preso in carico da équipe composte da dietisti, infermieri di comunità e, in prospettiva, anche psicologi di base. Un approccio integrato che punta a intervenire su patologie croniche come diabete e obesità, trasformando l’alimentazione in leva preventiva e terapeutica.
Non solo teoria: il progetto prevede anche attività pratiche, dalla consulenza nutrizionale ai veri e propri laboratori di cucina, che si svolgeranno nelle case della comunità o a distanza, tramite telemedicina. Un modo per rendere concreta e accessibile l’adozione di abitudini più sane.
«L’obiettivo è costruire interventi personalizzati di salute pubblica – spiega Veronese – lavorando su una maggiore consapevolezza e su comportamenti quotidiani sostenibili». Una sfida tutt’altro che scontata: oggi solo il 5% della popolazione italiana segue pienamente la dieta mediterranea, percentuale che nell’Ulss 3 sale al 20%, ma che si punta ad aumentare ulteriormente.
A incidere sul progressivo abbandono di questo modello contribuiscono ritmi di vita sempre più frenetici, fattori sociali ed economici e il crescente consumo di cibi ultra-processati. Un paradosso che vede i Paesi del Nord Europa avvicinarsi alla dieta mediterranea mentre quelli dell’area mediterranea tendono ad allontanarsene.
«Vogliamo rendere la dieta mediterranea una componente concreta, misurabile e sostenibile dei percorsi assistenziali – sottolinea il direttore generale Massimo Zuin – trasformando un patrimonio culturale in uno strumento terapeutico capace di migliorare la qualità della vita».
Un’iniziativa che ha già attirato l’attenzione della comunità scientifica nazionale: esperti del Consiglio nazionale delle ricerche, dell’Istituto superiore di sanità e dell’Università di Padova hanno discusso il progetto in un recente webinar, evidenziandone il valore innovativo.
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