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Bancarotta fraudolenta

Ex Popolare Veneto Banca, l’udienza preliminare si chiude tra condanne, proscioglimenti e rinvii a giudizio

La Procura di Treviso punta il dito contro operazioni sospette che avrebbero provocato un buco da 320 milioni di euro

Veneto Banca

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Si è chiusa ieri l’udienza preliminare legata al terzo filone dell’inchiesta sul crac dell’ex Popolare Veneto Banca, riguardante presunti casi di bancarotta fraudolenta. Il giudice ha disposto sette rinvii a giudizio, un’assoluzione e una condanna, aprendo così la strada al dibattimento che prenderà il via il prossimo 9 ottobre in Tribunale a Treviso.

Secondo gli inquirenti, le operazioni contestate avrebbero generato un “buco” di bilancio stimato in 320 milioni di euro, con responsabilità precise attribuite a dirigenti e componenti degli organi della banca. Alcune decisioni sono arrivate tramite rito abbreviato.

Tra le assoluzioni spicca quella di Francesco Favotto, ex presidente di Veneto Banca tra il 2014 e il 2015, per il quale l’accusa aveva chiesto due anni e due mesi di reclusione per operazioni che avrebbero comportato una perdita di oltre 54 milioni di euro. Prosciolto anche l’avvocato Pierluigi Ronzani, del foro di Conegliano.

A pagare è invece Romeo Feltrin, vicepresidente del comitato crediti, condannato a due anni e sei mesi per aver concesso prestiti a imprese in grave difficoltà economica, mai restituiti. I suoi legali hanno già annunciato ricorso.

Sarà processata una folta schiera di ex dirigenti: Vincenzo Consoli, ex amministratore delegato e direttore generale; Mosè Faggiani, condirettore e responsabile commerciale fino al 2014; Flavio Trinca, ex presidente; Daniele Scavaortz, del comitato crediti; Michele Stiz, del collegio sindacale; e Mauro Angeli e Attilio Carlesso, legati alla Vimet, azienda orafa vicentina fallita nel 2017 e tra le principali creditrici della banca.

Secondo l’accusa, tutti avrebbero contribuito a drenare risorse dell’istituto attraverso prestiti, mutui e fidi concessi a società senza garanzie adeguate o con garanzie sopravvalutate, nonostante fosse già noto il dissesto della banca.

Particolare attenzione degli inquirenti è rivolta a Trinca e Consoli: il primo avrebbe infatti concesso al secondo, una volta promosso direttore generale, un finanziamento di 3 milioni e 600 mila euro, somma poi inclusa nel totale del crac.

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