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Criminalità organizzata

Allarme sulla criminalità organizzata in Veneto: mafia, reti di scippo e baby gang nel mirino del Procuratore

Il Procuratore di Venezia denuncia infiltrazioni delle cosche calabresi tra Padova, Verona e Vicenza, mentre a Venezia imperversano gli scippatori e nelle periferie dilagano le baby gang

Federico Prato, Procuratore Generale di Venezia

Federico Prato, Procuratore Generale di Venezia

"La presenza della criminalità organizzata in Veneto resta costante, con fenomeni diversi a seconda delle province": a lanciare l'allarme è il Procuratore Generale di Venezia, Federico Prato, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario nella città lagunare.

Secondo Prato, nelle province di Padova, Verona e Vicenza è “dominante la criminalità calabrese ‘ndranghetista” legata alle cosche Grande Aracri, Gerace e Albanese. La camorra, invece, interessa soprattutto la parte orientale della provincia di Venezia. Nel centro storico della città lagunare, in particolare nel settore nevralgico della navigazione turistica, rimane attivo il fenomeno delle estorsioni alle imprese di trasporto, noto come “Mala del Tronchetto”.

Anche la presidente della Corte d’Appello, Rita Rigoni, ha evidenziato un “rilevante aumento delle richieste di rinvio a giudizio in relazione a gravi reati contro la persona, il patrimonio o legati agli stupefacenti, commessi da giovani appartenenti alle cosiddette baby gang, spesso ai danni di coetanei. Si tratta di un fenomeno allarmante e diffuso pressoché sull’intero territorio del Distretto”.

Dal canto suo, il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia, Tommaso Bortoluzzi, ha posto l’attenzione sui suicidi nelle carceri. “I numeri ingravescenti dei suicidi in carcere non sono più tollerabili. Non sono degni di un Paese che vuol essere civile. Qualcosa bisogna fare, e presto, perché non c’è più tempo”. Bortoluzzi ha aggiunto: “L’Italia non può continuare ad avere poco meno di 100 suicidi in carcere all’anno. Ho letto che qualcuno sostiene che il sovraffollamento non sia causa dei suicidi e anzi possa prevenirli, perché le molte presenze costituiscono una rete di sostegno tra detenuti. Non so se questa affermazione sia fondata, ma ciò che non voglio è che i suicidi risolvano il problema del sovraffollamento”.

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