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Cronaca
19.03.2026 - 17:00
Giada Zanola
Non è stato un omicidio, ma un abbandono dettato dal nervosismo. È questa, in estrema sintesi, la nuova verità processuale offerta da Andrea Favero durante l'udienza di mercoledì 18 marzo 2026. Davanti ai giudici del Tribunale di Padova e agli occhi lucidi dei familiari di Giada Zanola, il camionista trentanovenne ha cercato di smantellare l'impalcatura accusatoria che lo vede come l'unico responsabile del femminicidio avvenuto sulla carreggiata dell'A4 nel maggio 2024.
Il fulcro della strategia difensiva di Favero risiede nella ritrattazione della sua prima, parziale ammissione di colpa. L'uomo ha bollato quelle dichiarazioni come nulle, poiché rese in un momento di estrema fragilità emotiva e senza le garanzie legali previste. Secondo la nuova ricostruzione fornita in aula, la notte della tragedia non sarebbe iniziata con la violenza, ma con un tentativo di riavvicinamento intimo nella loro casa di Vigonza. Un bacio e un rapporto sessuale che, tuttavia, sarebbero sfociati in un alterco dopo una battuta sarcastica di lui sul legame che ancora li univa.
Da qui, il racconto di Favero si fa frammentario e inquietante. Giada, esasperata, sarebbe uscita di casa a piedi alle tre del mattino. L'ex compagno l'avrebbe raggiunta poco dopo con l'auto sul cavalcavia che sovrasta l'autostrada, a un chilometro dalla loro abitazione. Dopo l'ennesimo scontro verbale all'interno dell'abitacolo, la donna avrebbe chiesto di scendere. «L'ho lasciata lì, sul ciglio della strada, e sono tornato a casa perché il bambino era solo», ha dichiarato l'imputato, giustificando il suo mancato allarme mattutino con la convinzione che Giada avesse trovato rifugio da un'amica o dal nuovo compagno.
Tuttavia, questa versione si scontra violentemente con le prove raccolte dagli inquirenti e con le testimonianze raccolte in carcere. Un ex compagno di cella ha infatti riferito dettagli agghiaccianti: Favero gli avrebbe confidato di aver sedato Giada con le benzodiazepine prima di caricarla in auto esanime e gettarla oltre il parapetto. Un sospetto, quello della droga, che trova eco nelle confidenze che la stessa vittima aveva fatto a un'amica poco prima di morire, temendo di essere stordita dal compagno per scopi manipolatori.
Il sostituto procuratore Paolo Mossa ha incalzato l'imputato sottolineando le macroscopiche incongruenze tra i fatti e le parole. Se Favero stesso esclude il suicidio di Giada, resta l'interrogativo insoluto di come una giovane madre sia potuta precipitare nel vuoto pochi istanti dopo essere stata lasciata sola dal padre di suo figlio proprio in quel punto esatto. Mentre la difesa punta tutto sul "buco nero" di quella notte, l'accusa continua a tessere la trama di una premeditazione lucida, culminata in un volo mortale che ha spezzato la vita di una donna di soli 33 anni.
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