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Cronaca
27.03.2026 - 08:00
Foto di repertorio
Settimane lavorative oltre le settanta ore, nessun giorno di riposo garantito e stipendi ben al di sotto dei minimi: è il quadro emerso in tribunale nel processo per caporalato ed estorsione legato alla gestione di un noto bazar lungo via dell’Abetone, a Rovereto.
Alla sbarra una coppia di coniugi di origine cinese, ritenuta – secondo l’accusa – di fatto responsabile della gestione del punto vendita e del magazzino, nonostante le intestazioni formali delle attività risultino riconducibili a un altro soggetto, attualmente all’estero per motivi di salute.
Le indagini della Guardia di finanza hanno individuato almeno otto lavoratori vittime di sfruttamento, in gran parte stranieri. I fatti contestati risalgono a un periodo compreso tra il 2017 e il 2021, quando il negozio operava sotto diverse insegne prima della definitiva chiusura.
In aula, uno degli ex dipendenti ha ricostruito condizioni di lavoro estreme: turni senza interruzioni per sette giorni su sette, con appena due giorni di riposo al mese e una pausa quotidiana limitata a mezz’ora. Nessuna tutela per malattie o ferie, mentre eventuali assenze venivano addirittura sottratte da una retribuzione già minima.
Secondo quanto emerso, i lavoratori percepivano tra i 425 e gli 800 euro mensili, spesso in contanti, a fronte di buste paga che riportavano cifre più alte ma comunque sproporzionate rispetto all’impegno richiesto. Gli stessi dipendenti venivano spostati da un punto vendita all’altro, all’interno di una rete di negozi riconducibili alla medesima gestione.
A rendere ancora più stringente il controllo, la presenza capillare di telecamere nei locali: «Erano ovunque, nei negozi e nei magazzini», ha riferito il testimone.
Tra gli episodi contestati, anche un’accusa di estorsione nei confronti della donna imputata. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe costretto un lavoratore a modificare i contatti associati alla propria carta prepagata, collegandola a un’utenza riconducibile a terzi. Una manovra che, di fatto, avrebbe consentito ai gestori di esercitare un controllo diretto sui pagamenti.
Non solo: dalle indagini emergerebbe anche la disponibilità, da parte degli imputati, delle carte e dei codici personali dei dipendenti, compresi gli accessi a servizi digitali come SPID e portali previdenziali.
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