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cronaca
11.04.2026 - 09:52
Foto di repertorio
Momenti di paura estrema, un intervento di routine trasformato in violenza e il timore concreto di non uscire vivi da quella casa. È la drammatica testimonianza resa in aula dal comandante della stazione dei carabinieri di Rovereto, Giovanni Mirella, durante il processo per i fatti avvenuti il 27 marzo 2025 in via Santa Maria.
Quel giorno uno sfratto esecutivo, legato a mesi di affitti non pagati, si trasformò in uno scontro acceso tra gli inquilini e le forze dell’ordine, tanto da richiedere anche l’intervento di polizia e vigili del fuoco, con la strada rimasta chiusa per ore.
Davanti ai giudici, Mirella ha ricostruito quegli attimi concitati: «Ho visto la punta del coltello e ho pensato che non ce l’avrei fatta». Secondo il suo racconto, appena entrato nell’abitazione sarebbe stato afferrato al collo e scaraventato a terra. Solo l’intervento della madre dell’imputato avrebbe evitato il peggio.
Sul banco degli imputati siede uno dei tre fratelli coinvolti, un giovane del 2004, accusato di tentato omicidio, lesioni aggravate dall’uso di un coltello da cucina e resistenza a pubblico ufficiale. Per lui la procura ha escluso il patteggiamento, portando il caso a processo con rito ordinario davanti al collegio presieduto dal giudice Riccardo Dies.
In aula sono stati ascoltati anche altri due carabinieri presenti durante l’intervento. Il militare Daniele Fasolato ha riferito che l’utilizzo del taser — impiegato due volte, anche se una scarica non è andata a segno — è stato decisivo per contenere la situazione. «Era così vicino che ho pensato avesse già colpito il comandante», ha dichiarato, descrivendo la lama a pochi centimetri dal corpo del collega. Anche il carabiniere Giorgio Dalrì ha raccontato di essere stato aggredito, riportando un pugno e un colpo allo zigomo.
Elemento centrale della vicenda resta il ruolo della madre del giovane, intervenuta durante l’episodio. Secondo i militari, la donna si sarebbe frapposta tra figlio e carabinieri, riportando una ferita alla mano nel tentativo di fermarlo. Una versione però ridimensionata dalla stessa testimone, che in aula — assistita da un’interprete — ha sostenuto di aver subito calmato il figlio e di non ricordare cadute o aggressioni gravi: «Si è agitato per il taser e lo spray, ma non voleva colpire nessuno».
Diversa la scelta dell’altro fratello coinvolto, che ha deciso di non rispondere alle domande.
Il processo ora prosegue in attesa di un passaggio chiave: la perizia psichiatrica sull’imputato, affidata al medico Eraldo Mancioppi e attesa per settembre. Solo dopo si arriverà alla sentenza su una vicenda che ha scosso profondamente la comunità roveretana.
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