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29.03.2018 - 10:51
Il nascere e il morire stanno alla vita come le uniche due realtà certe che il pugno dell’uomo tiene saldamente in mano. Apparentemente semplici, naturali. Ma non è così. Tanto che la cronaca ci racconta tutti i giorni di come, ormai per molti, sia diventato complicato sia venire a questo mondo sia lasciarlo. Barbara Buoso, scrittrice rodigina, sa raccontare abilmente quanto possa essere complessa la quotidianità di ogni nostra semplice vita, e lo dimostra anche in questo suo ultimo romanzo “E venni al mondo”. Un libro schietto a cui servono poche pagine per descrivere l’incertezza su cui si reggono le vite e le identità dei due protagonisti principali. Mauro, concepito dalla madre nel peccato, sembra chiamato a scontare per sempre una condanna, la dura sentenza del destino. Medusa, però, che sta in lui come la bellezza e l’arte, lo induce a sfuggirgli, a cercare altro, a guardarsi davvero e a riconoscersi, soprattutto, nella sua vera natura. E poi c’è Marzia, una ragazza solitaria che lo incontra in un luogo buio e però magico: il cinema dove lei lavora senza entusiasmi, scegliendo i film che illumineranno il grande schermo solo per pochi spettatori. A volte solo per sua madre. Le pellicole che scorrono sullo sfondo dei loro giorni insieme raccontano una città, Rovigo, dai colori sonnolenti, circondata da una campagna lontana ma sempre presente. I film che si susseguono illuminano interni di case e famiglie che vivono grandi e piccoli drammi: la nostalgia e il tedio dei ricordi legati ad un mondo che non c’è più, come quello della campagna e della
mezzadria; l’onore degli operai e la loro fedeltà alla fabbrica; incomprensioni, malattie difficili da tradurre a parole, matrimoni stanchi e probabilmente sbagliati. E tra tutto questo spicca lo scorrere della vita di due giovani “fiori di zucca” che cercano la propria identità scalando una stessa rete di recinzione: chi restando, incapace di andare oltre, e chi fuggendo dal proprio paese e delle proprie radici, forte del desiderio che solo il cielo sa far germogliare nel cuore umano. La Buoso, che già con i libri precedenti si era distinta per la sua capacità di far uso del linguaggio dialettale senza farsi travolgere da esso
, anche qui gestisce abilmente la lingua misurando il tono sulle esperienze dei suoi personaggi. Tiene il passo lento e tipico del dialetto veneto, sceglie alcuni termini dialettali e, tra le righe, li consegna al lettore ricchi dei colori e delle immagini autentiche che sanno comunicare. E così facendo li salva dall’oblio a cui, purtroppo, va incontro la nostra antica lingua: il vernacolo nobilitato dal Beolco, Ruzzante. Germana UrbaniEdizione
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