VENEZIA – Le carceri del Veneto vivono una situazione di grave emergenza, segnata da sovraffollamento, carenza di servizi e un numero crescente di suicidi tra le persone detenute. A lanciare l’allarme è la consigliera regionale del Partito Democratico Anna Maria Bigon, che richiama l’attenzione sulle condizioni del sistema penitenziario e sulla necessità di interventi immediati e strutturali.
«Negli ultimi due anni nelle carceri venete si sono tolte la vita troppe persone» – sottolinea Bigon –. A Verona, solo lo scorso anno, quattro detenuti sono morti suicidi. A Padova, pochi giorni fa, un altro. Non si tratta di tragiche fatalità, ma del segnale evidente di un sistema al collasso.
Secondo la consigliera, alla base della situazione vi è un sovraffollamento ormai cronico, con spazi inadeguati e condizioni di vita spesso insostenibili, che incidono sia sulle persone detenute sia sul personale penitenziario. A questo si aggiunge una grave carenza di servizi sanitari e psicologici: mancano medici, psicologi e percorsi strutturati di cura e prevenzione del disagio mentale. «È in questo vuoto – evidenzia – che maturano solitudine, disperazione e, troppo spesso, la morte».
Bigon critica inoltre le scelte del Governo nazionale, accusato di distogliere l’attenzione dai problemi reali del sistema giudiziario. «Di fronte a questa emergenza – afferma – la destra continua a inventare nuovi reati e a utilizzare la funzione legislativa come strumento di propaganda, trascurando il fatto che mancano mezzi, personale e strutture per rendere la pena davvero certa e umana, come impone la Costituzione».
Un passaggio centrale riguarda il valore della funzione rieducativa della pena. «Non è buonismo – precisa la consigliera – ma l’unico strumento serio, insieme alla certezza della pena, per ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza. Una persona che esce dal carcere senza cure, formazione e supporto psicologico è più fragile e più esposta al rischio di tornare a delinquere. Investire nella riabilitazione significa diminuire i reati: questo è realismo, non ideologia».
Nel mirino anche il dibattito sulla riforma della giustizia e sul referendum relativo alla separazione delle carriere. Secondo Bigon, si tratta di una scelta che non affronta i nodi strutturali del sistema: «Mentre le carceri esplodono e i tribunali faticano a smaltire gli arretrati, il Governo concentra il dibattito pubblico su una riforma che non accelera i processi, non migliora la qualità della giustizia e non rende il Paese più sicuro».
La consigliera conclude chiedendo un cambio di rotta deciso: «Servono più risorse, più personale di sicurezza, sanitario e psicologico, maggiore dignità per le persone detenute e più percorsi di reinserimento. Uno Stato giusto si misura anche da come tratta chi è detenuto e dalla sua capacità di trasformare la pena in un’occasione di responsabilità e cambiamento».
«Negli ultimi due anni nelle carceri venete si sono tolte la vita troppe persone» – sottolinea Bigon –. A Verona, solo lo scorso anno, quattro detenuti sono morti suicidi. A Padova, pochi giorni fa, un altro. Non si tratta di tragiche fatalità, ma del segnale evidente di un sistema al collasso.
Secondo la consigliera, alla base della situazione vi è un sovraffollamento ormai cronico, con spazi inadeguati e condizioni di vita spesso insostenibili, che incidono sia sulle persone detenute sia sul personale penitenziario. A questo si aggiunge una grave carenza di servizi sanitari e psicologici: mancano medici, psicologi e percorsi strutturati di cura e prevenzione del disagio mentale. «È in questo vuoto – evidenzia – che maturano solitudine, disperazione e, troppo spesso, la morte».
Bigon critica inoltre le scelte del Governo nazionale, accusato di distogliere l’attenzione dai problemi reali del sistema giudiziario. «Di fronte a questa emergenza – afferma – la destra continua a inventare nuovi reati e a utilizzare la funzione legislativa come strumento di propaganda, trascurando il fatto che mancano mezzi, personale e strutture per rendere la pena davvero certa e umana, come impone la Costituzione».
Un passaggio centrale riguarda il valore della funzione rieducativa della pena. «Non è buonismo – precisa la consigliera – ma l’unico strumento serio, insieme alla certezza della pena, per ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza. Una persona che esce dal carcere senza cure, formazione e supporto psicologico è più fragile e più esposta al rischio di tornare a delinquere. Investire nella riabilitazione significa diminuire i reati: questo è realismo, non ideologia».
Nel mirino anche il dibattito sulla riforma della giustizia e sul referendum relativo alla separazione delle carriere. Secondo Bigon, si tratta di una scelta che non affronta i nodi strutturali del sistema: «Mentre le carceri esplodono e i tribunali faticano a smaltire gli arretrati, il Governo concentra il dibattito pubblico su una riforma che non accelera i processi, non migliora la qualità della giustizia e non rende il Paese più sicuro».
La consigliera conclude chiedendo un cambio di rotta deciso: «Servono più risorse, più personale di sicurezza, sanitario e psicologico, maggiore dignità per le persone detenute e più percorsi di reinserimento. Uno Stato giusto si misura anche da come tratta chi è detenuto e dalla sua capacità di trasformare la pena in un’occasione di responsabilità e cambiamento».