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Crisi del mercato ittico
16.01.2026 - 16:09
La pesca europea si trova oggi a un bivio delicato, sospesa tra la spinta a una gestione più sostenibile delle risorse marine e le pressioni economiche e sociali delle comunità costiere. Per città come Chioggia e Venezia, dove la pesca è molto più di un lavoro, questi cambiamenti non sono numeri astratti: rappresentano un rischio concreto per l’occupazione, le tradizioni e l’economia locale.
Nei negoziati sul bilancio europeo 2028-2034, la Commissione ha proposto un taglio drastico ai fondi dedicati alla pesca: si passerebbe da oltre 6 miliardi di euro a poco più di 2, in un paniere più ampio condiviso con agricoltura e sviluppo rurale. Secondo gli operatori del settore, questa scelta rischia di trasformare la pesca da politica comune con strumenti dedicati a un settore residuale, costretto a competere con altre priorità.
A Chioggia, uno dei poli principali della pesca dell’Alto Adriatico, centinaia di pescherecci e un mercato ittico tra i più rilevanti del Nord Italia garantiscono lavoro diretto e indotto a migliaia di persone. A Venezia e nelle isole della laguna operano soprattutto piccole imprese familiari che forniscono approvvigionamento locale, mantengono vive le tradizioni e presidiano la vita sociale dei territori.
La riduzione dei fondi europei rischia di frenare investimenti in attrezzature più sicure e selettive, rendere più difficile l’ammodernamento dei pescherecci e mettere in crisi molte realtà familiari. Al contempo, le giornate di fermo pesca, utili per tutelare gli stock ittici, diventano difficili da sostenere senza adeguate compensazioni economiche e incentivi per pratiche più rispettose dell’ambiente.
Secondo gli operatori veneti, serve un cambio di passo a più livelli: difendere un fondo pesca autonomo e adeguato a Bruxelles, semplificare e rafforzare i sostegni a livello nazionale, e coinvolgere le comunità costiere nelle scelte territoriali. Solo così si può trovare un equilibrio tra sostenibilità ambientale e tutela del lavoro, evitando che Chioggia, Venezia e l’intero Adriatico perdano non solo un settore produttivo, ma un pezzo della propria identità.
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