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È vicentino l'imprenditore a tutte stelle: Giuseppe Donagemma studia l'intelligenza emozionale

Giuseppe Donagemma maglietta

Giuseppe Donagemma, imprenditore di rilievo internazionale ma poco conosciuto a Vicenza

"Faccio capire alle aziende come le persone cambiano e quale può essere il loro ruolo migliore nelle imprese"

Giuseppe Donagemma, imprenditore di rilievo internazionale ma poco conosciuto a Vicenza
È l’imprenditore a tutte stelle. Anzi, è l’iron man degli imprenditori. Lavora sempre, senza distinzione di giorno e notte, di giorni feriali o festivi, ma – assicura – si diverte. Lo sguardo franco e il sorriso aperto inducono a credergli. La mattina tratta con l’Europa, il pomeriggio con gli Usa, la notte con Singapore. Può arrivarvi una sua telefonata da Helsinki e il giorno dopo da Napoli, perché lo smartworking lo pratica da trent’anni. Giuseppe Donagemma ha 56 anni ed è sposato con Francesca: sono genitori di due figlie ventenni, Veronica ed Elena, studentesse universitarie a Padova e Roma. Anche se abita a Monte Berico, Donagemma è praticamente sconosciuto al pubblico vicentino: questo è il primo articolo che lo riguarda a uscire sulla stampa locale. Attenzione: il suo cognome ha una “n” sola: non ha niente a che vedere, cioè, con la celebre famiglia di orafi. Molto più conosciuto è suo padre Benito, cresciuto a Corte dei Roda nella parrocchia di San Pietro a Vicenza, per 35 anni dirigente alla Fiamm e alla Ceccato, oggi novantenne, da sempre appassionato pescatore e attuale presidente onorario della Paba. Donagemma junior è nato a Vicenza ma cresciuto a Montecchio Maggiore: liceo scientifico ad Arzignano e laurea in ingegneria elettronica a Padova con il prof. Roberto Filippini, docente universitario ben conosciuto a Vicenza perché ha fatto nascere a Monte Berico i corsi di ingegneria gestionale nel 1990.
Una esemplificazione dell'intelligenza emozionale
Il curriculum di Donagemma è impressionante: già vice presidente europeo della Samsung e presidente della Nokia Europa, è stato anche vice presidente della Vodafone per Asia, Africa ed Europa. Attualmente è presidente della Innoget, la prima e più importante società di venture capital in Italia. Ha fatto nascere Satispay (cioè ne è stato il primo investitore) di cui ancora oggi è nel CdA, ma è presente nei CdA di molte imprese nel settore delle telecomunicazioni tra Telebit, Avenseus, Assia e Lifeed in un raggio che va da Treviso alla California fino a Singapore. Una sua società, la Lifeed, studia l’intelligenza emozionale. Non bastava l’intelligenza artificiale? E in cosa consiste? Noi facciamo qualcosa di molto innovativo di cui nessuno si occupa. Cioè facciamo capire alle aziende come le persone stanno cambiando – perché tutti noi cambiamo, magari per un dolore – e come sfruttare al meglio le loro nuove competenze. Il nostro è un softwre, una piattaforma di self-coaching che fa riflettere autonomamente senza bisogno di rivolgersi a un coach professionale. E ha successo? Molto. Abbiamo un centinaio di clienti, tra cui Poste, Eni, Barilla, Accenture e tutte le grandi aziende. I “ceo” capiscono il valore dell’intelligenza emozionale e ne sono molto attratti. Tanto per capire qual è il suo raggio d’azione, un’altra sua società, la Telebit, opera dall’alta velocità alle colonnine di ricarica della Tesla. Che fatturato ha? Dai 50 milioni iniziali, l’anno scorso ha chiuso a 150. La porteremo a 250 e poi a 500 milioni. Lei è nato imprenditore e top manager? No, da semplice ingegnere mi arrampicavo sui tralicci a montare le antenne. Conosco la gavetta. Poi ho risposto alla Omnitel che cercava un esperto di Gsm e ho realizzato la loro rete in Italia. La Omnitel è diventata Vodafone. Che rapporto ha con Vicenza? La vivo poco. Ma per me è una sorta di reality check. Abituato a posti megagalattici, qui torno con i piedi per terra. Quando sono qui capisco che esiste il mondo reale. Di cosa ha bisogno la Vicenza imprenditoriale? Di più managerialità e competenze tecnologiche. Il cambiamento dall’hardware all’automazione è irreversibile. E poi serve una dimensione maggiore delle aziende. Problema vecchio… Ma non risolto. Bisogna creare poli: cosa vuole che faccia un’azienda da 5-10 milioni di euro di fronte a una di 100? Non va lontano. Bisogna fare squadra per crescere e in Europa dobbiamo imparare dai francesi: sono i più bravi. E Vicenza come città di cosa ha bisogno? Di investire di più sul turismo, perché non mi sembra che ci sia grande attenzione. Sono un problema anche gli hotel: quando devo far venire qualcuno a Vicenza è sempre difficile. Qual è un difetto dei vicentini? Dovrebbero avere una mentalità più aperta. Se c’è un’idea nuova la guardiamo con sospetto. Invece, aprirsi al nuovo giova sempre, serve a crescere. Anche nelle aziende c’è sempre diffidenza ad aprire il capitale a terzi, c’è la paura che un estraneo si porti via tutto. Invece le aziende della Silicon Valley sono cresciute perché si sono aperte. Lei che è esperto di investimenti e venture capital come convincerebbe qualcuno a investire su Vicenza? Per convincere qualcuno bisogna prima essere convinti. Poi ci vuole un piano industriale e la volontà di espandersi… Fosse lei il sindaco cosa farebbe? Del turismo ho detto, aggiungerei le piste ciclabili e stringerei maggiori rapporti con Verona e Padova a tutti i livelli. Lei è uno sportivo, nato nelle maratone e adesso impegnato nei ciruciti di iron man. Come è nata questa passione? Alle maratone ci ero arrivato perché un cliente mi ha obbligato a correrne una se volevo chiudere un contratto… … che si deve fare per vivere… …ma a un certo punto mi sono stancato di correre soltanto e mi sono appassionato a questo triathlon speciale, fatto di maratona, 160 km. in bici e 4 di nuoto. Lei che è del settore, risponda: si deve avere paura dell’intelligenza artificiale? Non si può fermare il progresso. Bisogna bilanciare l’intelligenza artificiale ricordando che l’essere umano ha sempre un suo ruolo, è comunque più importante. Certo, il legislatore ha perso un po’ terreno rispetto all’evoluzione tecnologica e adesso si rischia che la distanza diventi incolmabile. S’è mai immaginato cosa saremo fra cinquanta o cento anni? I nostri figli devono avere paura del futuro? No. L’uomo si adatta. Per noi sembra un futuro lontano, per loro sarà una normale evoluzione, così come noi siamo passati dal telefono a gettone a internet. Le mie figlie non hanno mai visto un telefono a rotella. I giovani hanno gli anticorpi e le capacità per governare questi cambiamenti.

Antonio Di Lorenzo

   
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