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11.11.2025 - 12:23
Foto di repertorio
In Italia fare figli è diventato un gesto quasi controcorrente. I dati Istat parlano chiaro: nel 2024 le nascite sono scese sotto le 380 mila, minimo storico dall’Unità d’Italia. Il tasso di fecondità è fermo a 1,2 figli per donna, ben lontano dalla soglia di 2,1 necessaria per garantire il ricambio generazionale.
A scoraggiare le coppie è soprattutto la precarietà del lavoro e il costo della vita. Le nuove generazioni affrontano stipendi bassi, affitti inaccessibili e carriere instabili: in queste condizioni, mettere su famiglia diventa una decisione rinviata o rinunciata.
La mancanza di servizi adeguati – dagli asili nido ai congedi parentali realmente sostenibili – rende poi difficile conciliare lavoro e genitorialità, soprattutto per le donne.
Secondo un’indagine del Censis, oltre il 60% dei giovani adulti dichiara di voler avere figli, ma solo il 35% ritiene di essere “nelle condizioni economiche e sociali” per farlo.
Le ripercussioni del calo delle nascite sono profonde: meno giovani significa meno forza lavoro, meno innovazione e un sistema pensionistico sotto pressione.
Nel 2050, secondo Eurostat, un italiano su tre avrà più di 65 anni. Un equilibrio difficile da sostenere senza un ricambio generazionale.
Eppure, non mancano i motivi di speranza. Alcune regioni, come il Trentino-Alto Adige o l’Emilia-Romagna, mostrano che politiche familiari strutturate – sostegni economici, servizi per l’infanzia, flessibilità lavorativa – possono invertire la tendenza.
Anche il Family Act e l’assegno unico universale rappresentano un passo nella giusta direzione, pur con limiti ancora evidenti.
Sul fronte culturale, cresce una nuova consapevolezza: quella di un’idea di genitorialità più partecipata, paritaria e responsabile, in cui padri e madri condividono oneri e scelte.
Fare un figlio oggi, in Italia, è una scelta di coraggio e fiducia. È credere nel futuro, anche quando sembra incerto.
Non è solo una questione privata, ma un tema collettivo, che riguarda la sostenibilità sociale e l’identità stessa del Paese.
Se l’Italia saprà accompagnare i suoi giovani con politiche più concrete, servizi più accessibili e una cultura meno giudicante, forse potrà tornare a essere un Paese che genera vita, non solo statistiche.
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