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08.01.2024 - 16:32
Nell'ultimo periodo diverse aziende agricole locali del Radicchio rosso di Treviso Igp hanno ricevuto richieste di ospitare in visita "colleghi" provenienti dall'America. Il Consorzio di tutela della celebre cicoria, però, ha risposto all'unisono in modo negativo. "Mi sembra molto controproducente e contrario a tutte le azioni di promozione e tutela dare know how a produttori fuori zona e soprattutto in zone dove si cerca di aprire da anni un mercato di commercializzazione", conferma Andrea Tosatto, presidente dell'organismo, che, supportato dai consiglieri, invita i produttori di radicchio di treviso a diffidare da iniziative analoghe. Il Consorzio del Radicchio è, infatti, incaricato a tutelare e valorizzare i prodotti a marchio riconosciuti dall’Unione Europea, ma protetti inoltre anche da mandato esclusivo della Regione del Veneto e del Ministero delle Politiche Agricole. Nulla da nascondere, precisa l'ente: il processo di produzione è infatti noto e chiaro a chiunque abbia il piacere di informarsi a riguardo, ma è fondamentale comprendere che dietro a una cicoria come il Radicchio di Treviso c'è oltre un secolo di esperienza data dal lavoro dei produttori e dal territorio stesso e non avrebbe alcun senso sviluppare questa coltura al di fuori delle zone autorizzate alla produzione.
Le aziende produttrici iscritte al Consorzio sono circa 150: ognuna ha sviluppato con il tempo un proprio metodo di coltivazione, in base all'andamento climatico, al tipo di terreno seminato, alle esigenze produttive e a molteplici fattori impossibili da replicare oltre oceano, vere proprietà intellettuali tutelate fin dal 1996 dal marchio Igp che non devono essere svendute. "È come se andassimo nelle cantine dello Champagne e chiedessimo di insegnarci a coltivare e vinificare le loro uve: lo riteniamo assolutamente fuori luogo - ribadisce il presidente Tosatto - Se oggi il Radicchio di Treviso è simbolo dell’agricoltura italiana di qualità è proprio perché sappiamo produrre un’eccellenza intrecciando territorio e tradizione. Non riesco a credere che delle aziende agricole del territorio non si rendano conto della gravità del danno commerciale che si rischia di creare". Edizione
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