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Caro carburanti
18.04.2026 - 09:22
Foto di repertorio
Il fermo dell’autotrasporto annunciato nelle scorse ore non è un episodio isolato, ma il segnale evidente di una crisi che nella nostra regione si fa ogni giorno più profonda. A lanciare l’allarme sono le stime della CGIA: entro la fine dell’anno un’impresa su cinque potrebbe chiudere, travolta da una carenza di liquidità che non lascia scampo.
In numeri, significa che tra le oltre 6.500 aziende attive nella regione, fino a 700-800 rischiano di fermarsi definitivamente nei prossimi mesi. Piazzali pieni di mezzi fermi e bilanci in rosso raccontano una difficoltà che va ben oltre la protesta e che minaccia l’intero sistema economico, con ricadute dirette su lavoro e famiglie.
Alla base della crisi c’è soprattutto il caro gasolio. Il prezzo del diesel ha superato i 2,1 euro al litro, con un aumento del 24 per cento dall’inizio del conflitto nel Golfo e oltre il 30 per cento rispetto a fine 2025: per un mezzo pesante, fare il pieno oggi costa più di mille euro. Su base annua, la spesa può sfiorare i 77 mila euro, quasi 17.500 in più rispetto all’anno precedente.
Un peso insostenibile per le aziende del settore, dove il carburante rappresenta circa il 30 per cento dei costi operativi. A differenza di altri comparti, però, gli autotrasportatori non riescono a trasferire subito gli aumenti sui clienti: i contratti sono spesso a lungo termine e con tariffe fissate mesi prima. Così, ogni rincaro viene assorbito direttamente dalle imprese.
A peggiorare il quadro è il problema dei tempi di pagamento. Il gasolio va saldato subito, mentre i compensi per i trasporti arrivano anche dopo 60, 90 o 120 giorni. Uno squilibrio che genera una costante “fame di liquidità” e che costringe molte aziende ad anticipare somme ingenti senza avere la certezza di rientrare nei tempi.
Esistono strumenti per adeguare le tariffe al costo del carburante, ma nella pratica funzionano poco. I piccoli operatori faticano a farli valere e spesso gli adeguamenti arrivano in ritardo, quando ormai il danno è fatto. Non mancano, inoltre, casi di committenti che rifiutano o riducono unilateralmente questi adeguamenti.
Sul fronte politico, le misure adottate finora non hanno portato i risultati sperati. Il taglio delle accise, pensato per alleggerire i costi, si è trasformato in un boomerang: riducendo il prezzo alla pompa, ha di fatto abbassato anche il rimborso fiscale destinato agli autotrasportatori, senza garantire un beneficio strutturale.
Le difficoltà, comunque, non nascono oggi. Negli ultimi dieci anni il Veneto ha perso oltre 2.100 imprese di autotrasporto, passando da 8.808 a 6.666 attività, con una contrazione del 24,3 per cento, superiore alla media nazionale. Tra le cause, le crisi economiche, la concorrenza dei vettori stranieri e i processi di aggregazione che hanno ridotto il numero delle aziende più piccole.
A livello provinciale, Verona resta il territorio con il maggior numero di imprese, seguita da Padova e Treviso. Ma è Belluno a registrare il calo più marcato nell’ultimo decennio, con una riduzione del 34 per cento.
Ora, però, il rischio è che la selezione diventi una vera e propria emorragia. Se il prezzo del diesel resterà sopra i due euro al litro anche nei prossimi mesi, per molti piccoli trasportatori non ci sarà alternativa alla chiusura. E con loro, potrebbe fermarsi un pezzo fondamentale dell’economia veneta.
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