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Inchiesta “Perfido”, condanna a 12 anni per Alampi

Per i giudici era parte attiva della ’ndrangheta in Trentino: pene accessorie e risarcimenti alle parti civili

Inchiesta “Perfido”, condanna a 12 anni per Alampi

Foto di repertorio

Si chiude con una condanna a dodici anni di reclusione uno degli ultimi capitoli dell’inchiesta Operazione Perfido. Il tribunale collegiale di Trento ha riconosciuto colpevole Giovanni Alampi, ritenuto dall’accusa uno dei “bracci armati” dell’associazione mafiosa radicata nel settore del porfido.

La sentenza, pronunciata nel tardo pomeriggio, accoglie integralmente la richiesta della Procura. Secondo l’impianto accusatorio, Alampi avrebbe partecipato attivamente alle attività della cosca, fornendo supporto operativo agli affiliati e contribuendo sia alla realizzazione dei reati sia all’elusione delle indagini. Per i magistrati, il suo ruolo non sarebbe stato marginale ma inserito stabilmente nelle dinamiche dell’organizzazione.

Il collegio, presieduto da Rocco Valeggia, ha disposto anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e tre anni di libertà vigilata al termine della pena. L’imputato, 59enne di origine calabrese, era assente in aula al momento della lettura del dispositivo.

Sul fronte civile, il tribunale ha riconosciuto provvisionali per un totale di 55 mila euro a favore di sei parti civili, rinviando la quantificazione complessiva dei danni alla sede civile. Tra i beneficiari, la Provincia di Trento e tre lavoratori cinesi impiegati nelle cave di porfido, oltre alle organizzazioni sindacali di categoria.

Quello di Alampi era l’ultimo procedimento ancora aperto nel troncone principale dell’inchiesta, che ha già portato a condanne complessive superiori al secolo di carcere, alcune delle quali ormai definitive dopo il passaggio in Cassazione. Tra i nomi di spicco figura Domenico Morello, indicato come promotore della locale di 'ndrangheta in Val di Cembra, già condannato in via definitiva.

Secondo la ricostruzione della Procura, Alampi sarebbe stato strettamente legato proprio a Morello, svolgendo un ruolo operativo e partecipando anche a incontri riservati tra affiliati. Tra gli episodi contestati, l’ipotesi di un accordo per l’acquisto di un’arma clandestina destinata a un attentato, circostanza rimasta al centro del dibattito processuale.

La difesa, rappresentata dall’avvocata Claudia Vettorazzi, aveva chiesto l’assoluzione o in subordine la derubricazione del reato, sostenendo l’assenza di prove sufficienti per configurare la partecipazione all’associazione mafiosa. Una linea che non ha convinto il tribunale.

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