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Cronaca
17.04.2026 - 10:24
Massimiliano Mulas
Un mosaico inquietante fatto di omissioni, travestimenti digitali e una scia di abusi che attraversa il Nord Italia. Emerge un retroscena agghiacciante sulla figura di Massimiliano Mulas, il 45enne già condannato in primo grado a 14 anni di reclusione per lo stupro di una bambina di 11 anni avvenuto a Mestre nell'aprile 2025. Secondo quanto ricostruito dal settimanale La Fedeltà, l'uomo era già un "sorvegliato speciale" ben prima del brutale episodio in Veneto.
Tutto ha inizio a Cervere, un tranquillo comune della provincia di Cuneo dove Mulas aveva risieduto per un breve periodo lavorativo. Erano stati i genitori del posto, allarmati da sospetti tentativi di approccio sia in strada che sul web, a rivolgersi ai Carabinieri. Le indagini della stazione locale avevano portato rapidamente a un’identificazione certa.
La successiva perquisizione, ordinata dalla Procura di Torino (competente per i reati telematici), aveva scoperchiato un archivio dell'orrore: centinaia di file pedopornografici salvati sui suoi dispositivi. Eppure, nonostante la mole di prove, nei confronti dell'uomo non era stata emessa alcuna misura cautelare, lasciandolo libero di spostarsi e, tristemente, di colpire ancora.
Il modus operandi di Mulas era metodico e subdolo. Sfruttando la piattaforma TikTok, l'uomo creava identità fittizie spacciandosi per un ragazzino di 13 anni o una dodicenne. Con questi profili "esca", agganciava coetanee delle sue vittime virtuali per indurle a inviare video e foto private, spesso con la scusa di mostrare nuovi capi d'abbigliamento o cambi d'abito.
Oltre alla pesante condanna per i fatti di Mestre, il 45enne deve ora rispondere di nuovi capi d'imputazione davanti a due diversi tribunali piemontesi:
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