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Cronaca
11.02.2026 - 12:16
Moussa Diarra
Una mobilitazione pubblica per chiedere che il caso non venga chiuso. È in programma domani, 12 febbraio, dalle 9 alle 13, davanti al tribunale di Verona, un presidio contro la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla morte di Moussa Diarra, il giovane maliano ucciso il 20 ottobre 2024 alla stazione di Verona Porta Nuova dai colpi esplosi da un agente della Polfer.
L’iniziativa coincide con l’udienza davanti al giudice per le indagini preliminari, chiamato a decidere sulla richiesta della Procura scaligera, che ha ritenuto l’episodio riconducibile alla legittima difesa. Una conclusione contestata con forza dai legali della famiglia Diarra, che hanno presentato opposizione chiedendo nuovi approfondimenti investigativi.
Fin dalle prime ore successive ai fatti, la Procura aveva parlato di un intervento inquadrabile «in un contesto di legittima difesa». Una posizione che, secondo gli avvocati Paola Malavolta, Francesca Campostrini, Fabio Anselmo e Silvia Galeone, sarebbe maturata al termine di un’indagine carente sotto il profilo dell’imparzialità. I difensori sostengono che le attività investigative siano state delegate a uffici appartenenti allo stesso corpo dell’agente indagato e che l’attenzione si sia concentrata prevalentemente sugli elementi favorevoli alla sua versione.
Al centro della contestazione c’è la dinamica degli spari. L’agente ha dichiarato di essersi trovato con le spalle al muro, costretto a fare fuoco per difendersi da un’aggressione con un coltello da cucina. Tuttavia, l’analisi dei filmati di videosorveglianza – secondo la ricostruzione dei legali – mostrerebbe un arco temporale di appena sette secondi tra il momento in cui Diarra viene intercettato e quello in cui cade a terra colpito. Un lasso di tempo ritenuto incompatibile con la sequenza di avvertimenti e colpi mirati descritta dal poliziotto.
La difesa sottolinea inoltre che l’agente, pur essendo abilitato all’uso del taser durante quel turno di servizio, sarebbe intervenuto portando con sé soltanto l’arma da fuoco, senza dotarsi di strumenti non letali.
Nell’opposizione all’archiviazione vengono richiamati anche precedenti che riguarderebbero l’indagato, il cui nome era emerso in un’inchiesta su presunti maltrattamenti in questura tra il 2022 e il 2023. Viene inoltre citato un messaggio inviato dall’agente a un conoscente poco dopo i fatti, ritenuto dalla difesa indice di un atteggiamento inadeguato rispetto alla gravità dell’accaduto.
Per i legali della famiglia è necessario approfondire sia le condizioni psicofisiche dell’agente al momento dell’intervento sia la reale pericolosità della situazione che si era creata in stazione. Da qui la richiesta di ulteriori accertamenti prima di archiviare il procedimento.
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